Un volo di 100 metri «Ma sono ancora vivo»

15 Agosto 2018

La storia di Davide Capello, sopravvissuto dopo essere precipitato dal ponte Tra chi ha sfiorato la morte ed è vivo per miracolo ci sono ancora choc e paura

GENOVA. La sua macchina viaggiava sulla A10 verso il centro di Genova ed improvvisamente è venuta giù assieme al ponte: dopo un attimo si è ritrovato tra le macerie e, incastrato tra le lamiere, dopo aver rassicurato suo padre al telefono ha visto due braccia che lo tiravano fuori dall'auto. Davide Capello, 33 anni, portiere di origini sarde della squadra di promozione del Legino Calcio e vigile del fuoco, quasi non riesce a credere come possa essere ancora vivo. Lui, che è uno dei superstiti del crollo del ponte Morandi a Genova ed è rimasto praticamente illeso, è ancora sotto choc per quanto gli è successo: «Sono riuscito ad uscire dalla macchina, grazie all'aiuto di un agente, poi sono arrivati i soccorsi. È stata una scena apocalittica, da film. Non posso che ritenermi molto fortunato, è stato un vero e proprio miracolo». «Per me è stato solo un enorme spavento - racconta il pompiere calciatore - Sono vivo per miracolo. Percorrevo spesso quella strada, una delle più trafficate d'Italia». Davide Capello ha giocato con la maglia del Cagliari, del Savona e della nazionale Under 20. Ma nel 2014, a 29 anni, ha deciso di chiudere con la carriera da professionista e intraprendere l'attività di vigile del fuoco. Ma la storia di David, sebbene sia la più eclatante, non è certo l’unica.
C'è chi ringrazia 'gli angeli che mi hanno salvato i figlì, chi ha smesso di fumare da 10 anni e chiede una sigaretta e chi ti guarda con gli occhi grandi di chi si è smarrito. «Siamo miracolati», dice Christian che con la macchina era sul ponte Morandi al momento del crollo. Non importa chiedergli di raccontarlo, perché lo fa di continuo con tutti come se parlare di quello che è successo lo aiutasse a superarlo. Ma non è così: «Era in macchina a 100 metri dal punto del crollo quando ho sentito tremare la strada sotto di me - ha detto con un filo di voce - e allora mi sono spostato sulla corsia di sinistra. Ma non so dire perché l'ho fatto, l'ho fatto e basta. Poi ho visto il ponte che si sbriciolava». Non parla di fulmini caduti né di bagliori, Christian ma di un «ponte che si sbriciola», che va giù all'improvviso. «Sono sceso dalla macchina e mi sono messo a correre più che potevo» perché «non riuscivo a capire cosa stesse succedendo». Hai sentito boati? «no no, solo il ponte che si sbriciola e che va giù».
È quella l'immagine che resta negli occhi di Christian e di tutti quelli che erano in macchina quando il ponte è crollato. Una specie di armageddon. «Una cosa da fine del mondo, eh?», dice Christian che sorride ma ha gli occhi velati. Si sforza di non piangere, di non crollare. Tieni duro Christian: «Sono un miracolato - ripete come un mantra -. Mi rendo conto adesso di cosa ho scampato. La strada dondolava tutta, io sono scappato». Correva, Christian, lasciandosi il mostro che crollava alle spalle: «Urlavo: correte, correte» e tutti scappavano«. E sono vivi, adesso, »e la possiamo raccontare eh?«. Lo choc è evidente, glielo si legge negli occhi quando volta lo sguardo verso il ponte amputato, col nero moncone proteso verso il nulla.
Giovanni Rossi