Una banca dimagrita dai “costi di dissesto” e dalle sofferenze

Più difficile (e costoso) raccogliere depositi, più prestiti finiti male per la crisi. Ma ora, con prudenza, si riparte
TERAMO. In che condizioni esce la Tercas dal lungo commissariamento? Le banche vendono fiducia e non è stato facile operare dopo il clamoroso dissesto emerso nell’aprile di due anni fa. Il commissario, Riccardo Sora, e il direttore generale, Dario Pilla, hanno dovuto fronteggiare quelli che nella relazione pubblicata ieri vengono definiti «costi di dissesto». Ovvero la necessità di remunerare maggiormente i clienti per convincerli a depositare i risparmi in un istituto su cui correvano le voci più disparate. Ma di quei soldi c’era un bisogno disperato, per evitare crisi di liquidità che sarebbero state letali. Insomma, un percorso a ostacoli che consegna al nuovo azionista, la Banca Popolare di Bari, un istituto profondamente dimagrito rispetto a fine 2011, quando esplose il bubbone: la raccolta dalla clientela, per esempio, è calata del 17,6%, passando a 2,387 miliardi di euro. Ancora più netta la flessione degli impieghi, ovvero dei prestiti alla clientela: qui il calo è del 21,9% e sconta sia la radicale operazione di pulizia attuata nelle operazioni finite male (in gergo bancario si parla non a caso di ’sofferenze’...), sia il procedere della crisi economica, con la necessità di scegliere con cura i soggetti a cui prestare quattrini. Crisi economica che, come si sa, nel teramano è stata ancora più drammatica che nelle altre tre province dell’Abruzzo. Sora ha rivelato che al 31 marzo i crediti ritenuti “deteriorati” ammontavano a un miliardo e 252 milioni, ma a fronte di una copertura con accantonamenti pari al 56,6% del totale. I prestiti ’in bonis’, quindi senza apparenti criticità di restituzione, erano invece pari a un miliardo e 868 milioni di euro.
Il dimagrimento ha riguardato anche la struttura, completamente ridisegnata durante il commissariamento. In particolare Sora segnala che l’area che fa capo alla direzione generale e agli uffici è passata da un organico di 96 unità a 54, mentre altri 127 dipendenti sono usciti fruendo di piani d’incentivazioni previsti dal sistema bancario.
Nonostante tutti gli sforzi, la gestione di Sora presenta uno sbilancio finale che ha portato il patrimonio netto di vigilanza in negativo per ben 271 milioni di euro, con il coefficiente di solidità che viene preso a riferimento, il cosiddetto ’core tier 1’, anch’esso con il segno meno, addirittura al 12,7%. Un buco che verrà coperto con il duplice intervento del Fondo di Garanzia interbancario, che copre i depositi fino a 100 mila euro in caso di dissesto, e della Banca Popolare di Bari con l’aumento di capitale.
Morale della favola: l’Abruzzo perde la sua banca più importante, a cui fa capo anche la Caripe, ma evita per il rotto della cuffia un fallimento che sarebbe stato disastroso. Trovare 500 milioni di euro pronta- cassa non era facile per un istituto di medie dimensioni. Lo sanno bene i nostri vicini marchigiani, alle prese con il rompicapo del salvataggio di Banca Marche, un boccone ancora più duro di Tercas da ingoiare. (m.t.)
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