Usura, a rischio un’azienda su 4

15 Ottobre 2020

Allarme di Donatelli e Tiberio (Confcommercio): «Messi in ginocchio da lockdown e calo del fatturato»

L'AQUILA. Un'impresa su quattro, in Abruzzo, è a rischio usura. Il 25% degli imprenditori, con la crisi economica scaturita dall'emergenza coronavirus, potrebbe restare impigliato nella rete degli usurai e delle organizzazioni malavitose. Un dato diffuso dalla Confcommercio regionale, che mette in guardia da un fenomeno che porterà con sé altre vittime.
Commercianti e artigiani, per lo più impossibilitati a pagare affitti e fornitori, a far fronte alle spese vive, a coprire regolarmente gli stipendi. Le casse sono vuote e a soffrire è, soprattutto, il terziario: abbigliamento, calzature, ristorazione e turismo. La sola gestione delle procedure per gli adempimenti burocratici e sanitari legati al coronavirus ha fatto salire i costi del 14%.
ALLARME USURA
Il lockdown prima e il calo del fatturato poi hanno messo in ginocchio una buona fetta del commercio abruzzese. «Le spese sono eccessive, insostenibili», afferma Roberto Donatelli, presidente Confcommercio Abruzzo, «alcune attività stanno chiudendo spontaneamente i battenti, in attesa di verificare l'evoluzione dell'emergenza Covid-19, che sta mietendo vittime anche sul fronte economico. Il 25% delle imprese rischia di finire nelle mani degli usurai per carenza di liquidità». Un dato che riflette l'esito del monitoraggio avviato dal Centro studi Confcommercio nazionale. «I settori merceologici in crisi sono tra i più disparati», dice Donatelli, «la perdita di incassi non sta risparmiando nessuno, con un crollo del fatturato che, negli ultimi mesi, ha toccato la punta massima del 70%, nel peggiore dei casi. La difficoltà di accesso al credito resta uno dei problemi principali, considerando che molti imprenditori non hanno ottenuto neppure i finanziamenti messi a disposizione dallo Stato».
LA CRISI MORDE
A sottolineare con forza il disagio di molti imprenditori abruzzesi è Marisa Tiberio, vice presidente regionale Confcommercio, consigliere nazionale dell'associazione commercianti e presidente di Confcommercio Chieti. Il suo è un punto di osservazione privilegiato, in virtù della delega che esercita come responsabile del settore legalità. «La crisi economica legata al diffondersi del coronavirus e alle conseguenti misure restrittive adottate», spiega Tiberio, «spinge gli imprenditori verso il baratro dell'usura, in quanto arriva a margine di un decennio che ha già provato negativamente il sistema economico e produttivo abruzzese».
Ma quali sono i comparti maggiormente sofferenti? «Abbigliamento, ristorazione, turismo hanno dovuto fare i conti con una riduzione media del fatturato del 37,5%, dalla riapertura ad oggi. Ma c'è anche chi ha perso molto di più. Nei due mesi di lockdown, eccezion fatta per il settore della ristorazione che ha continuato ad operare, il calo è stato del 100%. Tutto questo ha prodotto una mancanza assoluta di liquidità».
COSTI ECCESSIVI
Niente clientela e, come se non bastasse, l'obbligo di adattarsi a tutte le normative sanitarie previste per evitare il contagio. Tradotto in soldi, un 13-14% di esborso in più per ciascuna impresa. «Un meccanismo che può indurre gli imprenditori a svendere la propria azienda, dandola via per pochi soldi», aggiunge Tiberio, «considerando l'impossibilità di far fronte ai pagamenti. Ed è qui che entra in gioco la criminalità organizzata, l'usura come strumento di pressione, Il rischio è altissimo per gli hotel perché mantenere in piedi una struttura costa: più è grande l'albergo e maggiori sono le difficoltà di gestione, in un momento di calo evidente di presenze».
SPORTELLO SALVA-SUICIDI
È una delle iniziative messe in atto dalla Confcommercio per tutelare chi sceglie di fare impresa e investe sul territorio, insieme alle attività per la lotta all'abusivismo e alla contraffazione, all'usura e al gioco d'azzardo. Perché un imprenditore economicamente fragile, è un imprenditore a rischio.
«Il sistema bancario è presente», evidenzia Tiberio, «ma le procedure del credito sono sottoposte ad un forte controllo e se un commerciante o un artigiano non risulta "pulito", economicamente parlando, non riesce ad ottenere finanziamenti. Bisogna consentire agli imprenditori, che pure non hanno saldato tutti i debiti pregressi, una ripartenza. Occorre, infine, una maggiore responsabilizzazione dei finanziatori sulla concessione di credito imprudente per vedere se si sta producendo ulteriore indebitamento che non può essere più controllato nel tempo». (m.p.)