Usura a un’agenzia immobiliare: padre condannato, assolto il figlio

14 Aprile 2022

Tre anni e 8 mesi per Fabio Sanna. La vicenda risale al 2018 quando fece il primo prestito di 500 euro Secondo l’accusa, dalla famiglia in difficoltà con il mutuo era arrivato a pretendere 55mila euro

PESCARA. Tre anni e otto mesi di reclusione a Fabio Sanna, assoluzione per suo figlio Michael.
Si chiude così il processo a padre e figlio, ieri entrambi presenti in aula (assistiti dagli avvocati Giancarlo D'Angelo e Luigi Li Gotti), accusati di usura, estorsione, ma anche di sequestro di persona e violenza privata, per una vicenda che risale al 2018, quando una intera famiglia di Montesilvano, per un piccolo prestito iniziale di soli 500 euro, è finita nella morsa dell’usura, arrivando a dover restituire 55 mila euro.
La pubblica accusa rappresentata dal pm Andrea Di Giovanni aveva concluso la sua requisitoria chiedendo 7 anni e mezzo per il padre e sei anni per il figlio, presunti responsabili di una serie di episodi minatori finalizzati a intimorire la famiglia di creditori (costituita da una madre ottantenne e dai suoi due figli) e a costringerli a chiudere la loro attività, una agenzia immobiliare, non risparmiando, stando alle contestazioni della procura, minacce o altre forme di terrorismo per incrementare sempre più i loro interessi usurari.
Ma il collegio presieduto da Maria Michela Di Fine ha ridimensionato le pesanti accuse e ha finito per condannare soltanto il padre per l’usura e per alcuni episodi di estorsione, assolvendolo da tutte le altre contestazioni, e mandando assolto il figlio perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto.
La parte civile, rappresentata dagli avvocati Giovanni Mangia e Roberto Luciani, dovrà essere risarcita in sede civile, così come ha stabilito il collegio. Tutto questo sarebbe iniziato nel 2018 con un piccolo prestito di 500 euro che uno degli imputati (che peraltro collaborava con l'agenzia delle vittime), concesse per pagare una rata del mutuo della casa delle parti offese, che si trovavano in quel periodo in serie difficoltà economiche. Poi ebbe inizio l’escalation degli interessi, in concomitanza con altri piccoli prestiti dai 1.000 ai 3.000 euro che le vittime erano costrette a chiedere per andare avanti. In sostanza, a fronte di circa 14 mila euro avuti in prestito, le parti offese si trovarono a doverne restituire circa 55 mila. Poi le vittime decisero di presentare la denuncia, facendo scattare l'inchiesta.
Nella ricostruzione fatta dal pm in aula, è stata ripercorsa tutta la vicenda, compreso il modus operandi dei due imputati. «Mediante minacce larvate (prospettando l'intervento “diretto” e financo l’irruzione in casa per impartire “una dura lezione” da parte dei finanziatori primari, asseritamente appartenenti a etnia rom) e minacce esplicite di morte o di lesioni (anche ai proprio familiari più vicini)», come si legge nel capo di imputazione, «esternate attraverso messaggi, sms e whatsapp e attraverso il mezzo del telefono all'indirizzo dei due fratelli in caso di mancata restituzione delle somme».
Fra gli episodi rappresentati ai giudici dal pm Di Giovanni, anche quello in cui gli imputati avrebbero costretto uno dei due fratelli a uscire di casa e lo avrebbero momentaneamente sequestrato dentro la loro autovettura prendendolo a schiaffi. Poi ci sono le minacce: «Guardati le spalle perché da oggi io sono il tuo peggior nemico. Trova i soldi perché stavolta va a finire proprio male». Ma ci sarebbero stati anche altri episodi: quando ad esempio gli imputati si fecero trovare sotto casa mentre uno dei due figli stava aspettando in macchina la madre per andare a riscuotere la pensione: «Stai sereno», gli dissero, «non ti agitare. Sono giorni che ti cerchiamo e io dalle 8 mi trovo qui. Adesso andiamo a prendere i soldi. E noi poi ci vediamo tutti i mesi». Circostanze, non tutte ritenute provate secondo il collegio giudicante.