Usura: padre e figlio rinviati a giudizio

Pretendevano 55mila euro per 15mila di prestito. Le vittime costrette insieme alla madre a chiudere l’agenzia immobiliare
MONTESILVANO. Il prossimo 8 aprile Fabio e Michael Sanna, padre e figlio, dovranno comparire davanti ai giudici del tribunale per rispondere di una lunga serie di reati che vanno dall’estorsione all’usura, dal sequestro di persona alla violenza privata. Ieri il gup Nicola Colantonio ha disposto il rinvio a giudizio per i due, protagonisti di una vicenda giudiziaria ai danni di due fratelli di Montesilvano e della loro madre 80enne, costretti la chiudere la loro attività di agenzia immobiliare per le continue e assurde pretese degli imputati che non avrebbero risparmiato minacce per incrementare i loro interessi usurari.
La storia ebbe inizio nel 2018 con un piccolo prestito di 500 euro che servivano alle vittime, in difficoltà economiche, per pagare la rata del mutuo della casa: prestito che venne elargito da Fabio Sanna, accolto dalle parti offese nella loro agenzia per scontare parte della pena per droga fuori dal carcere. Da lì prende il via una escalation di richieste di interessi a fronte di altri piccoli prestiti dai 1.000 ai 3.000 euro che le vittime erano costrette a chiedere per andare avanti. In due anni le parti offese ottennero prestiti per circa 15 mila euro e si ritrovarono a doverne restituire circa 55 mila. A mettere fine a questo stillicidio furono i legali delle vittime che convinsero i due fratelli a presentare una denuncia, non prima di aver raccolto una serie di prove: si parla di messaggi minatori che nel tempo vennero inviati ai cellulari dei due fratelli. «Guardati le spalle perché da oggi io sono il tuo peggior nemico. Trova i soldi perché stavolta va a finire proprio male»: è una delle tante frasi rivolte alle vittime. Ma gli imputati si facevano trovare anche sotto casa, come accadde quando i fratelli stavano per accompagnare la madre a ritirare i soldi della pensione: «Stai sereno», gli dissero, «non ti agitare. Sono giorni che ti cerchiamo e io dalle 8 mi trovo qui. Adesso andiamo a prendere i soldi e poi ci vediamo tutti i mesi». Tutto questo mentre Fabio Sanna era ammesso a misura alternativa alla detenzione in carcere, affidato ai servizi sociali.
Il pm Andrea Di Giovanni, nel capo di imputazione evidenziò il modus operandi dei due imputati: «Mediante minacce larvate (prospettando l'intervento “diretto” e financo l’irruzione in casa per impartire «una dura lezione» da parte dei finanziatori primari, asseritamente appartenenti a etnia rom) e minacce esplicite di morte o di lesioni (anche ai propri familiari più vicini) esternate attraverso messaggi sms e whatsapp e attraverso il telefono all’indirizzo dei due fratelli in caso di mancata restituzione delle somme». I due avrebbero anche costretto uno dei fratelli a uscire di casa e lo avrebbero momentaneamente sequestrato nella loro auto prendendolo a schiaffi.

