Valentinetti, 20 anni da vescovo: «Sento la fatica, ma rifarei tutto»

20 Maggio 2020

«Ho avuto un grande dono, sogno una chiesa missionaria». Sulla Fondazione: «Ferito dagli attacchi Ho pensato alle dimissioni, poi il virus mi ha spinto a rimanere: una chiesa non si può abbandonare»

PESCARA. Venti anni. Tanto è passato da quando l'arcivescovo di Pescara Penne, Tommaso Valentinetti, originario di Ortona, fu consacrato vescovo dal cardinale Camillo Ruini. Tutti questi anni «sono volati, ma sono stati anche pesanti». E l'anniversario diventa un'occasione per raccontarsi, per parlare delle soddisfazioni di questo lungo percorso e anche per immaginare il futuro.
Come ricorda questi anni?
Ricordo che dopo due anni dal mio arrivo a Termoli, ho dovuto affrontare il terremoto a San Giuliano di Puglia. Fu una situazione molto difficile e complessa per la distruzione delle comunità e le ferite profonde di 25 famiglie che avevano perso i propri bambini in maniera drammatica. Poi, quando si cominciava a respirare un po', il 4 novembre 2005, c'è stata la chiamata del Papa per trasferirmi a Pescara dove ho cominciato un cammino pastorale e amministrativo che mi hanno impegnato tanto, i primi anni. E la diocesi ha camminato bene, in questo periodo.
Quali sono stati gli aspetti positivi e quelli negativi del suo episcopato?
Tra gli aspetti negativi c'è stato il terremoto dell’Aquila che ci ha messi a dura prova e di cui mi sono occupato come vescovo delegato della Caritas regionale. Tra gli aspetti positivi, invece, la docilità del popolo santo di Dio, affezionato alla vita del vescovo, e i tanti sacerdoti che hanno seguito le indicazioni pastorali. Di bello vedo anche l'Istituto superiore di scienze religiose, che è stato portato avanti con decisione, e la costituzione del Tribunale ecclesiastico diocesano, due anni fa. E poi lo staff di sacerdoti impegnati sui vari settori del cammino pastorale, che ringrazio. Certo, le fatiche e le difficoltà non mancano mai, anche perché ognuno di noi si porta dietro due popoli: chi approva e condivide il tuo cammino e altri che non lo condividono. Quest'ultimo aspetto ha segnato il mio animo perché qualche incomprensione c’è stata.
A proposito di incomprensioni, lei ritiene di aver avuto dei detrattori, anche all'interno della Fondazione Paolo VI, e di recente ha anche subìto una visita apostolica. Come ha vissuto questa esperienza?
Credo che il lavoro e il servizio che si svolge non può essere gradito a tutti, specie quando si toccano alcune situazioni particolari. Io ho vissuto la mia esperienza difficile con senso di fiducia e di abbandono nella dimensione della verità. Credo che l'unico desiderio per chi porta la rettitudine di coscienza sia che la verità possa venir fuori. Non porto rancore a nessuno, non è da me, ma sono dispiaciuto perché molto probabilmente le persone a cui si è voluto bene non si sono dimostrate all'altezza della situazione. Quindi ho vissuto questa fase con grande tristezza e rammarico, l'attacco ricevuto mi ha ferito e qualche volta ho pensato di ritirarmi di buon ordine, di dare le dimissioni, ma con la pandemia ho capito che il mio dovere era rimanere qui e continuare a guidare il popolo di Dio perché una chiesa non si può abbandonare.
Ma lei ritiene di aver agito correttamente?
Mi sono sforzato di fare le cose per bene, ci ho messo buona volontà. Se poi ci sono delle pecche o delle cose che non vanno, si potranno correggere o migliorare. Mi auguro sia emerso ciò che di buono è stato fatto.
E come immagina il suo futuro?
Teoricamente potrei rimanere altri sette anni a fare il vescovo in questa diocesi, perché la pensione avviene a 75 anni. E sarei disponibile a fare obbedienza, se il Papa me lo dovesse chiedere. Il mio animo desidererebbe condividere questo tempo con chi mi ha accompagnato nell'ultimo periodo, ma c'è anche il desiderio di prendere tempo per pensare a riordinare la mia esistenza, negli ultimi anni della mia vita, per tornare alla casa del Padre serenamente.
E invece, il futuro dopo l'epidemia?
Lo vedo abbastanza complesso e difficile. Sono rimasto meravigliato nel vedere che c’è stato il desiderio di partecipare alla santa messa, ma non sarà facile perché dovremo strutturare la catechesi e riprogrammare la celebrazione dei sacramenti, affrontando delle sfide che ci devono far ripensare al nostro essere chiesa. Dobbiamo imparare che non possiamo più essere chiesa del fare, ma chiesa dell’essere. La gente si aspetta da noi una vicinanza e una partecipazione affettiva ed effettiva. E dobbiamo rimetterci in gioco per uno scambio di anime, di cuore, di pensieri e di vita.
Per quanto riguarda il virus, come ritiene che si siano mosse le amministrazioni?
Nella prima fase c'è stato un grande senso di responsabilità e attenzione alle direttive impartite, anche perché la situazione stava diventando drammatica anche qui. Ora vedo un attimo di confusione, perché anziché cercare le strade per camminare in una unità di intenti, cominciano a rispuntare fuori le varie individualità in maniera esagerata e ognuno vuole attribuirsi una parte di merito. Dobbiamo camminare tutti insieme in quello sforzo di unità sollecitato dal Papa.
Che cosa le è mancato in questi mesi?
Il rapporto umano con la gente. Lo scambio con le persone è fondamentale nella vita dei preti.
Tornando a lei, nel suo cammino a che cosa ha rinunciato, come uomo?
Ho fatto una scelta di vita e non mi sento di aver rinunciato a qualcosa: né la cultura, né la musica, né la lettura, né le amicizie.
Quindi, rifarebbe tutto?
Se rinascessi, rifarei tutto.
E dei venti anni di episcopato, che cosa dice?
Cominciano ad essere veramente tanti. D'altronde è una responsabilità che ho assunto quando ero giovane, avevo 47 anni e mezzo. Ora si sente il peso, la fatica. Ma come disse un giorno il mio vescovo, mons. Enzio D’Antonio, ho sperimentato che essere vescovo è un grande dono, ti vengono dati dei carismi che mai avresti pensato di poter avere.
Che cosa avrebbe voluto fare e non ha fatto?
Il mio grande sogno da giovane era andare missionario, per aiutare popoli e nazioni in difficoltà. Ora mi piacerebbe che la nostra chiesa di Pescara-Penne diventasse missionaria e lanciata verso quei popoli che hanno molto più bisogno di noi.
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