Valentinetti: pescaresi, aiutatevi e uscirete da questa fase difficile

10 Ottobre 2020

L’arcivescovo lancia un messaggio di speranza ai cittadini: «Dovete essere custodi gli uni degli altri Adesso bisogna evitare sciocchi negazionismi e superficialità che non sono di aiuto a nessuno»

PESCARA . Un messaggio di speranza alla comunità provata dall’emergenza sanitaria, la lezione di un patrono vissuto 14 secoli fa, la Chiesa di oggi. Nel giorno di San Cetteo (celebrazione alle 18,30 in cattedrale con il cardinale Pietro Parolin), patrono della città e dell’arcidiocesi, monsignor Tommaso Valentinetti invita alla vicinanza nella fede per superare questo momento difficile, ma lancia anche un messaggio, forse più “secolare”, come quello di «evitare negazionismo e superficialità».
Quale è il suo messaggio ai pescaresi in questo momento difficile dovuto alla pandemia da coronavirus?
«Essere reciprocamente custodi gli uni degli altri. Ed evitare sciocco negazionismo e superficialità che non aiutano nessuno a superare questo momento difficile, dal quale bisogna uscire tutti insieme».
Monsignor Valentinetti, quanto è attuale oggi il messaggio di un santo come Cetteo, morto martire nel VI secolo dopo Cristo?
«Quando parliamo di martiri, abbiamo bisogno di capire che cos’è il martirio. All’epoca un santo veniva ucciso in maniera cruenta. Oggi la dimensione del martirio e più quotidiana, è una testimonianza di fede e di rinuncia, in un contesto che comporta anche rinunce a grandi e piccoli cose. Del resto la parola deriva dal greco “martys”, cioè “testimonianza”, che oggi non avviene più in modo cruento, ma con tante piccole rinunce».
Quanto è vivo oggi tra i pescaresi il culto del loro patrono?
«Subisce l’andamento generale del rallentamento devozionale, a cui si aggiunge il fatto che sia un santo poco conosciuto. Sicuramente, in passato era più sentito. Restano devoti soprattutto i più anziani, che mantengono viva la tradizione».
Una domanda forse un po’ profana: lei aveva un “santo preferito”, quando ha iniziato il suo cammino di fede?
«Ovviamente San Tommaso apostolo, il santo della mia Ortona».
Perché l’invito di oggi al cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato del Papa?
«Per la grande vicinanza che da tempo esprime nei nostri riguardi, accompagnandoci con consigli e preghiere. In passato già lo avevamo invitato a presenziare alle celebrazioni di San Cetteo, ora è stato possibile».
Lei si è occupato in passato di dialogo interreligioso: quanto è importante nel mondo di oggi?
«La Santa sede sta svolgendo un ruolo importante in questo settore, e la recente enciclica “Fratelli tutti” lo testimonia. Vi si riconosce il principio della fratellanza, al di là delle differenze religiose, di tradizione e di cultura di un popolo. Va aiutato questo sforzo affinché nel nome di Dio e della religione non si scatenino violenze, guerre, esclusioni, razzismi. Non si può pensare di uccidere in nome di Dio: lo aveva detto Giovanni Paolo II, lo ha ribadito Benedetto XVI, Francesco I continua nel solco della tradizione».
Si può parlare di una frattura nella Chiesa tra chi preferiva una linea di papa Benedetto, forse più ortodossa, rispetto a quella di papa Francesco, più sociale?
«No. La chiesa in quanto tale resta fedele al magistero petrino, chiunque sia il Papa donato dalla Provvidenza. Questo è il settimo Papa che conosco, e nessuno è mai stato in contraddizione con un altro. Contrapporre gli ultimi due Papi è un’operazione surrettizia. Se vogliamo, Benedetto è stato il più rivoluzionario con il gesto delle dimissioni: gesto di un progressismo straordinario».
Perché c’è chi contesta l’operato di Bergoglio?
«Sono contestazioni estranee alla dottrina evangelica, magari di forze finanziarie e politiche che non tollerano che un Papa parli di ecologia e di equa redistribuzione delle risorse della terra, che condanni le guerre e il commercio di armi, come tra l’altro hanno già fatto i suoi predecessori. Per ragioni politiche non si tollera una chiara presa di posizione sul problema dell’accoglienza dei migranti».
Tornando alla nostra arcidiocesi: qual è lo stato di salute della chiesa pescarese?
«La chiesa locale non sfugge alle dinamiche del nostro tempo. Resta una nicchia di credenti convinti del cammino di fede che la chiesa propone, ma allo stesso tempo assistiamo a un terribile calo della presenza nelle funzioni religiose. Preoccupa lo scollamento tra evangelizzazione e sacramentalizzazione: importa più ricevere il sacramento, che diventa un’abitudine, più che la verità e il significato profondo».
È d’accordo quando si parla di bisogno di rievangelizzazione?
«Sì. È una sfida rilanciata dalla pandemia, che ha messo in evidenza una forte domanda di fede».
Lei guida quest’arcidiocesi da quindici anni: c’è stato un momento particolarmente difficile?
«Non direi difficile, ma quest’anno è stato sicuramente particolarmente complesso».
Che cosa pensa dei fatti di cronaca che in questi giorni interessano la periferia di Pescara e in particolare Rancitelli?
«C’è una richiesta forte di legalità, alla quale fa eco il servizio sacerdotale di preti come don Massimiliano De Luca dei Santi Angeli Custodi. Non si può assistere inermi a una situazione difficile, dove i delinquenti fanno quello che vogliono. Istituzioni e gli amministratori devono dare una risposta importante. Bisogna avere più coraggio nell’iniziare un percorso di vicinanza a persone che vivono situazioni border line. Servono scuola e servizi. Da parte nostra, come chiesa e comunità, c’è la volontà di creare condizioni affinché non ci siano emarginati. Con la Caritas avevamo iniziato un servizio di accompagnamento nel quartiere, e vorremmo continuare».
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