Varone e Sorgonà: stop all’omertà, così si batte il bullismo

Convegno al Classico con il pm e l’ex capo della Polpost L’avvocato D’Errico: tre casi su quattro riguardano studenti
PESCARA. «Combattere l'omertà». E sensibilizzare i giovani ad «esprimere le proprie emozioni, per non rimanere intrappolati in uno stato di impotenza» derivante dall’aver subito atti di bullismo. È stato questo il senso di un convegno dedicato proprio al bullismo che si è svolto ieri mattina al liceo classico “D'Annunzio”. I presupposti su cui è stato costruito il confronto sono drammatici perché le giovani vittime possono arrivare al suicidio e, se questo non accade, gli effetti devastanti degli atti di prepotenza tra giovani possono trascinarsi per l'intera esistenza. Si pensi a attacchi di panico, ansia, claustrofobia e agorafobia provocati da prevaricazioni e soprusi, con le vittime che spesso si piegano al silenzio e arrivano a togliersi la vita, senza combattere. Il rapporto tra vittima e carnefice, poi, si rafforza attraverso una terza figura, quella dell’osservatore, cioè lo spettatore che filma, guarda e registra, ma non interviene per fermare la violenza, fisica o verbale che sia.
«Chi parla non è l'infame, ma il suo dovere è tutelare l'incolumità generale e il rispetto delle regole», ha detto la preside Donatella D'Amico alla platea di duecento studenti presenti all'incontro, organizzato dall'avvocato Aurora D'Errico, la quale ha sottolineato che «il 72 per cento dei casi riguardano la popolazione studentesca in generale».
Nicoletta Verì, psicoterapeuta, ha esortato gli studenti a «comunicare il proprio disagio, che altrimenti può sfociare in una serie di malesseri psicosomatici che possono durare tutta la vita». E, parlando, ha citato l'esempio di una insegnante in terapia che non è mai riuscita a cancellare il suo passato di vittima di bullismo.
Marta, Maddalena, Fiamma, Giorgia, Giada e Alessandra, studentesse diciassettenni di Pescara, Pianella, Montesilvano e Scafa, hanno assicurato che « in questa scuola non esistono episodi di bullismo», ma la lezione ha ammutolito e scosso tutti quando ha preso la parola Pasquale Sorgonà, primo dirigente della Polizia Postale in forza alla questura di Teramo. Sorgonà ha mostrato il video di Amanda Todd, un’adolescente canadese che ha raccontato, attraverso messaggi scritti, la sua storia di persecuzioni, ricatti, tentativi di suicidio (con la candeggina) fino alla morte per impiccagione, a 16 anni, per porre fine alle sue sofferenze. Sorgonà ha citato anche il caso di una 12enne pescarese (il fatto, mai reso noto, è accaduto quattro anni fa) filmata e picchiata dalle coetanee per aver rifiutato una richiesta di amicizia sui social. Un racconto, questo, per esortare gli studenti a riflettere sul ruolo degli osservatori, che «non sono meno colpevoli dei carnefici». Ha quindi elargito dei consigli utili ad utilizzare al meglio i mezzi informatici: «Non filmate mai di nascosto con il telefonino e non postate mai su internet video o immagini che possano istigare al suicidio, reato per il quale è prevista una pena tra i 5 e i 12 anni di carcere (e un anno di detenzione per chi crea falsi profili sui social). Non aprite con leggerezza link che potrebbero bloccare i dispositivi elettronici e limitate la visione dei dati solo a chi conoscete. Usate la testa, prima di fare click».
Il sostituto procuratore Gennaro Varone ha usato la lavagna e discettato sui principi costituzionali per dire agli studenti di non dimenticare mai di essere «parte integrante di una Repubblica fondata sul lavoro e sui diritti e doveri dei cittadini». Ha attraversato monarchie e dittature per concludere che anche «lo stato fascista era bullismo» contro il popolo, che il «bullo è un prepotente che usa la forza vigliaccamente» e che «nella Costituzione non è citata la parola competizione, ma la parola solidarietà».
L'avvocato Liborio Romito, invece, ha tracciato una mappa dei reati di bullismo e spiegato come ottenere il risarcimento danni morali. E ha concluso puntando i riflettori sulle «responsabilità di docenti, dirigenti e genitori sui fatti che accadono a scuola, perché il bullismo è la conseguenza di una cattiva educazione».
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