«Veleni sulle piante di olivo mani nere toccando i rami»

14 Febbraio 2015

Un imprenditore agricolo racconta l’incendio di 4 anni fa: 12 giorni di fiamme Viaggio tra le coltivazioni accanto alle attività senza fogne e depuratore

SANT’ANGELO. «L’incendio della Terra verde è durato 12 giorni e 12 notti. Per spegnere i rifiuti in fiamme ci sono voluti anche gli irrigatori di un’azienda agricola della zona collegati al fiume Fino per pompare acqua. Non si poteva respirare, c’era un fumo incredibile che ci entrava pure in casa: dovevamo sperare nel vento contrario. Ho dovuto buttare quintali di olive: quando le toccavo, le mani diventavano nere». Carlo De Leonibus è originario di Loreto Aprutino, poi nel 1978 si è trasferito sulle terre del nonno a Piano di Sacco di Città Sant’Angelo: 36 anni fa e un paesaggio diverso. La sua azienda agricola si estende su tre ettari di terreno intorno a una casa colonica. Gli 85 alberi di olivo sono i più vicini alla zona dei rifiuti: sembra un paradosso, ma le aree agricole con oliveti, ortaggi e frutteti sono circondate dai terreni del consorzio industriale di Pescara-Chieti, da un’ex discarica finita sotto sequestro per un lago di percolato e dall’impianto che tratta rifiuti finito bruciato e candidato a ospitare un inceneritore.

L’anno 2011, quello dell’incendio della Terra verde, è stato il peggiore: «Abbiamo perso tutto», racconta De Leonibus mentre cammina lungo la strada abbandonata che taglia la contrada. Non è una leggenda: l’area è industriale sulla carta ma, nei fatti, non ci sono i servizi. Lo dice anche un documento del Comune risalente al 2012 che già parla di «effetto cumulo» per la presenza di attività legate ai rifiuti «pregiudiziale per la tutela della salute pubblica»: «L’area», dice l’atto del sindaco Gabriele Florindi, «è sprovvista di condotte per la raccolta delle acque sia industriali che civili, di depuratore, della rete pubblica antincendio, della linea del metano e altre opere indispensabili per il normale funzionamento delle attività esistenti nonché di quelle che si insedieranno».

Lungo la strada con i blocchi di cemento messi di traverso per fermare le corse clandestine dei cavalli dei rom, i rifiuti abbandonati si accumulano: paraurti, cruscotti, finestre, fusti di olio. Sui tombini non ci sono più neanche le grate: «Le hanno rubate tutte», dice De Leonibus, uno che sa dove passano i tubi. Senza coperchi, si vede che gli scarichi arrivano dritti e senza filtri fino al Fino, affluente del Saline e poi sfociano sotto le camere degli alberghi di Montesilvano. (p.l.)

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