VENEZIA, IL GIORNO DI AL PACINO: «ANCORA IN VOLO»

EFFETTO DIVO ALLA MOSTRA DEL CINEMA L’ATTORE PRESENTE CON DUE PELLICOLE
VENEZIA. Effetto divo sulla Mostra del Cinema: arriva Al Pacino, due film, due red carpet, due conferenze stampa, centinaia di fan in attesa dalle 7 del mattino sotto il sole del Lido e una fidanzata molto giovane - Lucila Sola - che non sa darsi pace sulla mise e fa slittare di 28 minuti la proiezione del primo dei due film (“Manglehorn”, quello in concorso). Arriva la star, e la Mostra di Venezia si accende come finora non era successo: perfino i vaporetti da Venezia viaggiano a pieno carico, ci sono code agli imbarcaderi, le fan che urlano come ossesse vanno dai 16 ai 70 anni, una grande passione trasversale che lui ripaga firmando, sorridendo, lasciandosi immortalare in raffiche di selfie.
Gli applausi in sala saranno tiepidi, ma non si può aver tutto. Lui, che dice «L’Italia è la mia patria», e che a Venezia rimane pur sempre “Il Mercante”, conquista il Lido in questo caso più con la simpatia che con i film di cui è protagonista. Il personaggio in “The Humbling” (fuori concorso) è un attore che mostra il fianco alla vecchiaia, recitando in modo apatico, finisce in clinica, dove calma gli istinti suicidi, ma a fargli cambiare vita è una ragazza, figlia di amici, sua ammiratrice da sempre, che passa sopra i propri gusti sessuali (è lesbica) per legarsi all’attore che appare molto più anziano dei 66 anni che dovrebbe avere sullo schermo. Al Pacino occupa fisicamente lo schermo con primissimi piani e con lunghi, intensissimi monologhi. Esercizio di stile?
In concorso, “Manglehorn” di David Gordon Green, ancora una volta una donna, anche se meno giovane e più certamente etero della precedente - Holly Hunter, attrice dei Coen e di una ricca carriera - cerca di strappare il fabbro del paese da una vita di solitudine, in cui si è isolato dopo un passato losco e confuso. E se in “The Humbling” a fare da intermezzo alle paranoie dell’attore sono le ossessioni che gli suscita la ragazza, in “Manglehorn” è la rabbia che ha dentro, il rimorso e la noia che non gli consentono di vivere. A loro modo entrambi si perdono dietro alla giovinezza e all’amore, ma solo il fabbro di Gordon Green decide di vivere davvero: ma mentre Levinson in “The Humbling” conserva e comprime la gigioneria di Al, “Manglehorn” la svolge senza pause, a briglia sciolta. Meno teatrale, “Manglehorn” è anche meno riuscito dei due, nonostante qualche siparietto ironico e simboli evidenti, dalle chiavi al deposito di vecchie barche. A 73 anni, Al Pacino non è stanco di stare sul set: «L’aereo della mia carriera non sta ancora atterrando»; semmai è saggio, perché guardandosi intorno e vedendo quel che per lui si scatena nell’isola del cinema riflette sul senso della fama e tira fuori che «è il contraltare dell’anonimato, più ne hai della prima, più cerchi il secondo». Ha una tendenza a interpretare personaggi depressi, ma la depressione non è da lui: «Ci sono cose che mi rendono triste ma ho tre figli, loro sono stati una fonte di illuminazione per me e tutto questo ha contribuito al fantastico viaggio che ho percorso fino a ora».
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