«Vent’anni in Germania per questa casetta e poi...»

Nel frentano gli uomini di Terna vanno casa per casa a picchettare per i tralicci Chi resiste ai decreti di esproprio dice: troppi sacrifici, da qui non me ne andrò
LANCIANO. I sacrifici di una vita, una casa in campagna con l’orto che basta per i pasti di tutto l’anno, le conserve, il vino fatto in casa, lo spazio verde del cortile dove si guardano i bambini giocare felici, un terreno che forse, chissà, servirà per la casa dei figli e per quella dei nipoti e che rappresenta il bagaglio di eredità su cui si è lavorato per gran parte della propria esistenza. Sono questi i frammenti di vita dei proprietari terrieri che in questi giorni stanno scendendo, letteralmente, “in campo” contro Terna e l’elettrodotto Villanova-Gissi che farà passare cavi da 380mila volt sulle teste degli abitanti di 16 comuni abruzzesi. La protesta, avviata nel 2010 grazie all’operazione di informazione capillare di molti volontari, in questi giorni sta prendendo sempre più piede.
Dal punto di vista giuridico Terna ha le carte in regola, ma quando in ballo ci sono pezzi di terra che simboleggiano i sacrifici di generazioni di abruzzesi, il tutto non si può ridurre al denaro e alla carta bollata. In tantissimi, preoccupati, si stanno animando contro il progetto. È perché i lavori di Terna incalzano e i tecnici della società energetica stanno andando in decine di case per effettuare gli espropri tramite le cosiddette “immissioni in possesso” dei terreni. E i camion di Terna sono all’orizzonte.
Si è passati da un periodo di torpore, più o meno consapevole, da parte dei cittadini e dei comuni coinvolti (molti sindaci, accusano le associazioni, non hanno incalzato per tempo i tribunali amministrativi dove sono state effettuate le cause), all’occupazione dei terreni da parte dei dimostranti. Gente che a 30 come a 60, 70 anni si arma di cartelli e di coraggio e si mette a vedetta del proprio pezzo di terra.
«A Terna serve una strada per arrivare nel terreno dove devono fare un pilone», racconta Aurelio Del Bello, di contrada Sant’Onofrio a Lanciano, «si tratta di circa 600 metri di servitù di passaggio dal 18 novembre fino al 30 dicembre del 2016 per la cifra “da capogiro” di 45 centesimi al giorno. Ma io non voglio soldi, nè 45 centesimi e nemmeno 450 euro», dice Del Bello, «non voglio che passi questo benedetto elettrodotto. Abbiamo paura per la nostra salute e quella dei nostri figli: cosa lascio a figli e nipoti, la morte? Ho lavorato in Germania per 20 anni, mia moglie per 30, per comprare questo terreno. Era il sogno di una vita di sacrifici, perfino i nostri figli sono nati in Germania: così ci rovinano tutto». «Sul nostro terreno dovrebbe sorgere un traliccio», dice Alessandra, di Castel Frentano, «la nostra casa disterebbe dal pilone solo 120 metri. Non posso pensare che i miei figli possano far parte di quella minoranza di casi di leucemia infantile che l’elettromagnetismo può provocare. Anche solo il dubbio mi lacera. Se arriva l’elettrodotto dovremo trasferirci. E pensare che mio suocero ha lavorato 25 anni in miniera in Germania per comprare queste terre e questa casa. Non ha quasi mai visto il sole in quegli anni. Questo è un posto splendido per far vivere i bambini all’aria aperta, lo abbiamo scelto apposta». In tantissimi tra i proprietari coinvolti negli espropri dichiarano di essere venuti a conoscenza del progetto di Terna «per caso» oppure grazie solo all’aiuto di chi, carte catastali alla mano, si è fatto casa per casa dal 2010, ad avvisare che «c’era questa cosa enorme», come racconta Alessandra, «che ci sarebbe spuntata sulle teste».
«Vogliono darmi 1.800 euro per rovinare due ettari di terra», racconta Tommaso, di Paglieta, «il terreno è coltivato a grano, ma ci si può anche costruire. È stato comprato coi soldi dei sacrifici in Germania dei miei genitori che pensavano ai figli, ai nipoti. Ma glie l’ho detto: non ci interessano i soldi, vogliamo solo vivere in pace e in salute».
Silvia Ferrante, di Paglieta, si è trasferita con suo marito da Roma per vivere in campagna. «Abbiamo pensato», racconta, «che rispetto ad una grande città la campagna in Abruzzo è più vivibile, più verde. Quando abitavo da piccola a Paglieta, questo posto era un paradiso quasi incontaminato». Poi sono arrivate le fabbriche, i capannoni, parecchio cemento e ora anche l’elettrodotto, i cui cavi disterebbero appena 80 metri dalla casa Ferrante. «Coltiviamo da noi tutto quello che mangiamo», spiega, «facciamo in casa anche il vino, con qualche vite attorno a casa che non basta neanche per tutto l’anno. Come faremo con tutto l’inquinamento elettromagnetico che verrà? Che effetti ha sul cibo? La paura più grande è per il bambino che adesso vive all’aria aperta. Se sotto i cavi, come dicono, non si può stare per più di 4 ore, come faremo?».
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