Venturoni e Di Zio assolti ma Teramo non li “scagiona”

26 Novembre 2015

PESCARA. I giudici parlano attraverso le sentenze ma, a distanza di 70 chilometri, quelli che separano Teramo da Pescara, sembra che usino due lingue diverse. È una giustizia a due facce quella che...

PESCARA. I giudici parlano attraverso le sentenze ma, a distanza di 70 chilometri, quelli che separano Teramo da Pescara, sembra che usino due lingue diverse. È una giustizia a due facce quella che emerge da una sentenza con due condanne a Teramo e dalle 5 assoluzioni di Pescara: il caso è lo stesso, i rifiuti, ma le conclusioni opposte. La faccia teramana racconta attraverso 119 pagine che, nei rifiuti d’Abruzzo, esisteva un «torbido contesto affaristico sempre più espressione di logiche devianti volte al perseguimento di beceri tornaconti personali» e le responsabilità sarebbero anche dell’ex assessore regionale alla Sanità di Forza Italia Lanfranco Venturoni e dell’imprenditore Rodolfo Di Zio; per quella pescarese, invece, la realtà è opposta e le accuse sono state spazzate via con le formule del «fatto non sussiste» e del «fatto non costituisce reato».

Martedì scorso, a Pescara, il giudice Angelo Zaccagnini ha assolto Venturoni, Di Zio e il fratello Ettore Ferdinando Di Zio, il parlamentare di Forza Italia Fabrizio Di Stefano, l’ex amministratore della Team di Teramo Vittorio Cardarella, da tutti i reati, dalla corruzione al peculato. Venturoni e Rodolfo Di Zio, 5 anni fa, hanno subito anche l’onta dei domiciliari.

Ma c’è una sentenza, depositata il 15 aprile scorso a Teramo, che legge gli stessi fatti in maniera diversa: un procedimento figlio dell’inchiesta pescarese si è chiuso con due condanne. Venturoni e Di Zio non erano nemmeno imputati ma, nelle motivazioni della sentenza, il giudice Giovanni Spinosa si è spinto fino ad addossare loro responsabilità: il giudice parla dei Di Zio, fondatori della Deco di Spoltore, come «spregiudicati imprenditori» legati in un’«intima correlazione» a politici e tecnici che «si preoccupavano di assecondarne le richieste dando l’idea di condividere una mortificante filosofia del profitto espressiva di un quadro di desolante illegalità». E il giudice descrive addirittura i reati che sarebbero stati commessi dai due non imputati: «Per come atteggiatasi la condotta degli spregiudicati imprenditori, appaiono configurabili tutti gli elementi dell’abuso d’ufficio, evidenziandosi con solare chiarezza la già conclamata violazione di legge, la compresenza dell’elemento psicologico in termini di dolo intenzionale, di favoritismo da parte degli agenti, qualificabile in termini di ingiusto vantaggio patrimoniale in favore della Deco». E poi, per il giudice, «appare comprovato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di turbata libertà degli incanti posto in essere da Luca Franceschini (uno dei condannati) in concorso con Di Zio e Venturoni». (p.l.)

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