Villino via Primo Vere il giudice ci ripensa ma dopo 11 anni è caos

12 Settembre 2014

Dissequestrato in parte il cantiere della palazzina Dal 2003 un’infinità di procedimenti penali e civili

PESCARA. Sono parzialmente caduti i sigilli messi, per la terza volta, al cantiere di via Primo Vere: l’istanza degli avvocati Manuel De Monte e Marcello Russo è stata accolta in parte e il gip ha ridimensionato il provvedimento permettendo alla proprietà di poter entrare nel cantiere senza però toccare l’immobile, rimasto ancora sotto sequestro.

Continua ad avvitarsi la vicenda che c’è dietro un cantiere di via Primo Vere, quello che ospita una palazzina in costruzione ormai da 11 anni, il sogno cullato da un dentista di 59 anni di Brecciarola, Mario Domenico Farina, che avrebbe voluto trasferirsi al mare e far frequentare ai suoi figli le scuole a Pescara. Dal 2003, però, dietro quel cantiere sono fioriti procedimenti penali e civili, molti dei quali scaturiti dagli esposti di Anita Boccuccia, confinante e presidente dell’associazione Ville e palazzi Dannunziani: un garbuglio di sentenze da cui Farina, sul versante penale, è stato riconosciuto estraneo al reato di abuso contestato ma anche una serie di atti in cui c’è stata una visione contraddittoria dei permessi a costruire. Se, ad esempio, il presidente del collegio Antonella Di Carlo aveva riconosciuto nella sentenza del giugno 2014 «validi» ed «efficaci i permessi a costruire del 2003 e del 2007» richiamando anche il Tar e il Consiglio di Stato, il gip ha avuto invece una visione diversa 2 mesi dopo. Con il risultato che, il cantiere è fermo da 11 anni e Farina ha rinunciato a venire a Pescara. La vicenda inizia nel 2003 quando il titolare demolisce la casa e avvia la costruzione di un altro palazzo rispettando, come spiegano il suo avvocato e i documenti, «lo stesso volume e lo stesso ingombro originario». Iniziano gli esposti e i procedimenti in cui i ricorrenti, tra cui anche Maurizio Acerbo, gridano allo scempio edilizio e lamentato ora il mancato rispetto dei canoni paesaggistici di una zona di pregio ora la presunta illegittimità delle concessioni. Nel frattempo, la prima vicenda penale che aveva coinvolto Farina accanto ad alcuni tecnici e progettisti, arriva a conclusione: la Corte d’Appello dichiara prescritta la violazione urbanistica assolvendo gli imputati dall’abuso d’ufficio e poi la Cassazione annulla la sentenza della Corte d’Appello perché i reati sono estinti per prescrizione. Nel 2011 l’impresa riprende a costruire ma si innesca un nuovo procedimento per abuso da cui, gli imputati, tra cui sempre Farina, vengono ancora assolti e il presidente Antonella Di Carlo riconosce la bontà dei permessi edilizi del 2003 e del 2007. «Il Tar ha rilevato che sono stati conservati sia l’ingombro planimetrico sia quello altimetrico», scrive Di Carlo, «e l’intervento non altera le caratteristiche della zona». Il collegio assolve Farina e gli altri 4 accusati di abuso spiegando che «tutte le opere sono state elencate dal permesso a costruire del 2003 e che gli atti, al momento dell’adozione del permesso del 2007, erano pienamente validi ed efficaci». Nelle conclusioni, il presidente aggiunge: «Deve escludersi che il permesso a costruire del 2007 è stato adottato in violazione delle norme nonché degli strumenti urbanistici del Comune». Due mesi fa, il rovescio di una sentenza che aveva analizzato tutte le tappe della vicenda. Il gip firma il nuovo sequestro che contraddice la sentenza precedente e ritorna sulle concessioni. «Non c’è alcuna somiglianza tra la nuova opera e quella demolita», è scritto nell’atto e «i lavori in corso vanno ritenuti eseguiti in assenza di permesso a costruire». Nella più recente tappa giudiziaria, una parte dei sigilli è caduta.

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