Vincenzo Olivieri: D’Alfonso come Giovanni Prevendita

10 Aprile 2016

Il cabarettista racconta 40 anni di personaggi e risate e riparte da Internet per il sogno: uno show nei teatri italiani

PESCARA. «La mattina giravo per banche e uffici come ragioniere, la sera facevo cose fuori di testa in televisione, con sketch e travestimenti. Per anni sono stato Dr Jeckyll e Mr Hyde». Vincenzo Olivieri, pescarese di Porta Nuova, da 40 anni fa ridere gli abruzzesi mettendogli sotto il naso i loro stessi tic, difetti e manie attraverso personaggi ancora attuali. Una vita (57 anni ad agosto e lo sgambetto giudiziario di due anni fa finito con un’archiviazione) passata a inventare “caratteri” e format televisivi e radiofonici che poi, molto poi, ha rivisto sulle reti nazionali (dal tg satirico al fermo posta, fino agli scherzi telefonici), a conferma di una passione e di un talento che niente avevano a che fare con il mestiere di ragioniere che gli voleva imporre il padre.

Alla fine però il ragioniere l’ha fatto.

Sì, dal 1978 al 1992. Mio padre Aldo faceva l’elettrauto, in viale Marconi, con ricambi e accessori per auto. Mi mandarono a ragioneria non solo perché il Manthonè era di fronte casa, ma perché avrei dovuto lavorare con papà. Ma quello che mi piaceva fare l’ho fatto sempre.

A quanti anni ha iniziato?

A 16 anni come speaker radiofonico, senza contare la parentesi sotto casa nella radio pirata dalla nonna di alcuni amici. Poi è arrivata Radio 9, sul terrazzo di un condominio vicino allo stadio e poi tutte le altre radio, Adriatica Aterno, Parsifal, Mela, Ondabahia, Delta 1 Studio 5, Radio caesar. E la televisione, Tvaq, Tvq, Teleabruzzo regionale, Rete 8.

Da speaker a caratterista, cabarettista, comico, showman: com’è andata?

Osservando le persone. A cominciare dal maestro Valentini delle elementari in via Italica. Severissimo.

E alle superiori che sezione faceva e chi erano i prof presi di mira?

Facevo la L, l’unica che faceva anche spagnolo. Mi dispiace fare nomi, perché di molti di loro ho preso davvero tic e modi di parlare per i miei personaggi.

E loro lo sapevano?

No, no, anche se i compagni di classe sono stati i primi a darmi l’investitura di comico.

E che faceva?

Imitazioni, scherzi. Una volta al posto della sedia abbiamo fatto trovare il bidet alla professoressa, oppure toglievamo il crocefisso dal muro e mettevamo il cartello torno subito. Ma con il professore di religione avevamo un patto: quando entrava lui, dovevo uscire io.

Sempre promosso?

No, la scuola non era tra i miei interessi. Per questo finito il terzo decisi di lasciare. Basta, lascio e vado a fare il militare. Fu il professor Eliseo Marrone che all’epoca insegnava italiano al Manthonè, amico di famiglia, a insistere e a convincermi. E alla fine quando tornai dal militare feci da privatista quarto e quinto.

Dove ha fatto il militare?

A Taranto, nell’Aeronautica. Lavoravo a Tvaq e ci fu il taglio dei capelli in diretta con i telespettatori che chiamavano indicando le ciocche da tagliare. Ma anche a Taranto mi feci conoscere. La sera quando spegnevano le luci nelle camerate, dal letto iniziavo a fare le imitazioni dei personaggi televisivi di allora. Gli altri commilitoni non ci potevano credere, si sparse la voce al punto che mi chiamavano anche nelle altre camerate e i superiori, quando lo vennero a sapere, fecero allestire la sala cinema come teatro, con i biglietti a 100 lire. Mi feci 80mila lire, con l’imitazione di Renato Zero e tutti i personaggi che già facevo in televisione.

Quale televisione?

Stavo a Tvaq, con Elia Iezzi. Ho iniziato con il tg satirico Teledicoio. Nel ’79 facevo Poker d’assi con i quiz telefonici di Mario di Spoltore, il contadino con la tuba che si voleva emancipare e che fece arrabbiare gli spoltoresi, il programma per ragazzi Roba da matti, Professione Dj nelle discoteche. All’epoca in televisione c’erano anche Gianfranco Valli, Rifredo Rocchi, Roberto Pedicini. Con Pedicini, Elia mi portò a Roma per un provino da doppiatore e mi presero. Solo che papà non volle e mi fece tornare. Elia gli provò a parlare ma niente.

E sua madre Leda non disse niente?

E che poteva parlare?

Che faceva?

La mamma, la casalinga.

Quanti figli siete?

Io, Annalinda e Simonetta.

Vivevate a Porta Nuova, dove?

In viale Marconi, di fronte a Forese. Sono nato a casa, dove sono cresciuto e dove sono tornato alla fine del primo matrimonio, per poi andare a vivere a Spoltore e poi a Montesilvano, dove abito con mia moglie Barbara, Barbara Paolone.

Dove l’ha conosciuta?

Ad Eriberto, dove facevo Balena Bianca on the beach, 1998.

E al mare lei dove andava?

Da bambino alla Mila, spiaggia di Porta Nuova.

Da Porta Nuova come viveva il centro da ragazzo?

Intanto per noi era “Centrale”. Da ragazzi andavamo a Centrale a piedi o con il 2 che ci lasciava proprio davanti al San Marco, in corso Umberto. Mia madre quando andavo a Centrale mi faceva la riga ai capelli, dovevo stare in ordine, era un’altra cosa. E quando arrivavi a piazza Salotto non dovevi far capire che eri di Porta Nuova, sennò ti isolavano. Chi veniva scoperto finiva sotto la palma sud. Ma piazza Salotto mi ha ispirato tantissimi personaggi.

Tipo?

Tipo il dottor Carmelo Fiordibene. Era uno della comitiva di allora che per darsi un tono diceva che era prossimo alla laurea in medicina. Poi a una festa all’Esplanade uno si sentì male, chiedevano di un medico e noi indicammo lui. Con un po’ d’imbarazzo si avvicinò gli sentì il polso e disse, dategli una limonata. E lo scoprimmo.

E in discoteca di andava?

Cera il Flexus, a Francavilla, a fianco c’era il domenicale Blu Inn. Dal Villaggio Alcyone ci arrivavamo a piedi. Poi c’era il Papier Mais, sotto all’Esplanade, ma era per quelli di piazza Salotto, per i figli di papà. Il Flexus era per gli sballun’, io ero da Flexus.

Chi la fa ridere?

Da bambino mi piacevano Cochi e Renato ma anche Aldo Fabrizi, per la sua mimica, la sua tempistica. La comicità ha bisogno di carburazione, in 3 minuti puoi fare il battutaro, ma niente di più. Per questo oggi mi piacciono Brignano, Fiorello, che non a caso lavorano nei teatri. Il mio sogno.

Un sogno o un rimpianto?

Un sogno. Ho allestito il sito www.vincenzoolivieri.it che parte sabato 16 alle 16 in cui ho messo tutta la mia carriera, tutti i vecchi filmati, una radio e una televisione. Un provino permanente per arrivare fuori, con il sogno di riuscire a fare uno spettacolo itinerante nei teatri di tutta Italia. La televisione è un punto di partenza.

Chi l’ha fatta piangere?

Le delusioni sono arrivate dagli amici, io sono molto possessivo, basta che stai con un altro e sei un “voltafaccia”.

Parlando di amici, come ha conosciuto Marco Papa?

Quando lavoravo a Radio Parsifal. Lui faceva l’agente pubblicitario, ci trovammo sullo stesso spirito di osservazione. Facevo il programma “La fine del mondo”, avevo bisogno di spalle, che a turno mi facevano Franca De Santis e Pierluigi Pasetti. E iniziai con Marco. Ci spostammo a Radio Fantasy ma lì facevano troppo casino e il proprietario ci diede la frequenza più sfigata, Radio Mela, un garage a Montesilvano che con i fermo posta spopolò completamente. Poi Marco prese la frequenza di Radio Charlie, 92.5 e nacque Ondabahia, in via Trento.

Tornando al ragioniere, ha detto che l’ha fatto fino al ’92, perché poi che è successo?

C’è stata la svolta del Balena Bianca. Natalino Zaami e Carmine Ruggieri presero in società il locale a Marina di Città Sant’Angelo e mi offrirono un contratto come direttore artistico del locale, dove facevo anche gli spettacoli. Con la forza di quel contratto andai da mio padre e gli dissi che me ne andavo.

E come la prese?

Successe un macello. Per lui lasciavo il certo per l’incerto. Anche se poi ha dovuto ricredersi. Prima della Balena Bianca ero stato direttore artistico di Radio Caesar, avevo portato in tv su Teleabruzzo il programma radiofonico “È la fine del mondo” con i ridoppiaggi in dialetto e il fermoposta a casa dei telespettatori con la telecamera. Alla Balena Bianca ho fatto tutto, e nel 1998 da lì facemmo anche il programma televisivo su Teleabruzzo, Zorro dove servo corro.

La svolta davvero.

Sì, nel 2000 per sei mesi ho fatto spettacoli settimanali al Fellini di Roma, un successo.

Protagonisti sempre gli abruzzesi e i pescaresi. Un personaggio che più degli altri asssomiglia al pescarese.

Il pescarese è altruista in tutte le sue accezioni: in senso positivo, ma anche come curiosità, come pettilarie. Un personaggio può essere Giacinto Giaggiuoli, il vecchiarello che con le mani dietro la schiena va guardando tutti i lavori, i cantieri, qualsiasi cosa succede arriva con gli altri come lui, che si portano sempre la bici dietro, senza salirci mai, non si capisce perché.

Il pescarese di Centrale e il pescarese di porta Nuova: che differenza c’è?

A centrale ci sono, o quantomeno c’erano i benestanti, i professionisti. I figli vivevano di rendita, in tutti i sensi. A Porta Nuova eri spronato a fare, perché non avevi niente davanti a te. E poi diciamola: se cadessero i ponti, Porta Nuova potrebbe fare da sola, c’ha pure lo stadio, centrale no.

Torniamo ai suoi personaggi. A chi paragonerebbe il sindaco Alessandrini e il presidente della Regione D’Alfonso?

Per Alessandrini mi viene in mente Sergio Vitello, ma poi alla fine no, nel bene e nel male è molto piatto. D’Alfonso invece mi ricorda il poeta Giovanni Prevendita, da Prévert, faceva poesie talmente ermetiche che non le capiva nessuno e lui diceva “le capirete tra 20 anni”.

Dall’anno scorso fa lezioni- spettacolo ai ragazzi delle scuole in cui insegna il dialetto abruzzese. La sua parola preferita?

Voccapè.