Violazione dei sigilli all’hotel Rigopiano Feniello in tribunale

27 Settembre 2019

L’imputato accusato di essere entrato nell’area vietata  «La multa? Processo farsa, non tiro fuori un centesimo»

PESCARA. «Al giudice avrei voluto dire qualcosa. Ma perché non mi hanno aspettato...».
Alessio Feniello, arriva con qualche minuto di ritardo in tribunale, quando il giudice monocratico Marina Valente aveva già ammesso le prove di accusa e difesa e rinviato al 16 aprile prossimo il prosieguo della causa che lo riguardava, legata alla violazione dei sigilli nell'area di Rigopiano, teatro della tragedia del 18 gennaio 2017 dove persero la vita 29 persone, compreso suo figlio Stefano Feniello. «Ma quali prove» dice visibilmente alterato Feniello nei corridoi del tribunale al suo legale, l'avvocato Camillo Graziano, «quali testimoni devono sentire, devono soltanto spendere i soldi degli italiani. Che senso ha questa causa. Al giudice avrei detto: "Lei mi può condannare quando vuole, ma io non caccerò un centesimo per questo processo. Mi faccio semmai il carcere a spese dello Stato"».
Il riferimento era forse al decreto penale di condanna che il gip gli aveva inizialmente comminato: una mula di 4.550 euro per aver violato i sigilli il 21 maggio del 2018, ma poi, dopo l'opposizione, per Feniello è stato disposto il processo che si doveva aprire appunto ieri mattina. In Tribunale Feniello è venuto con la moglie Maria Perilli che però, mentre lui parlava dentro il tribunale con giornalisti e avvocato, era stata fermata all'ingresso perché mostrava alla vigilanza delle manette con le quali minacciava di incatenarsi alla cancellata del tribunale. «Mica è vietato», ha detto Feniello «far vedere le manette».
Insomma, bagarre all'ingresso da parte della moglie, show del marito dentro. Ma l'interrogativo dell'imputato Feniello viene presto esplicitato da lui stesso. «Vi sembra normale», ha detto l’uomo «che nel 2020 si mettono a perdere tempo e a fare questi processi per delle stupidaggini? Dove peraltro, per lo stesso motivo, mia moglie l'hanno assolta e a me mi hanno condannato. Quale è il motivo? Qualcuno ha detto di condannarmi?».
E il suo legale chiarisce meglio il concetto. «C'è stata una disparità di trattamento tra i due coniugi. In quella zona sono entrati insieme, sono stati bloccati insieme dai carabinieri. Il loro scopo era soltanto quello di portare dei fiori in un luogo che qualche giorno prima, diciamo così, era stato profanato dal così detto turismo macabro. Chi andava lì per farsi delle foto, prendere un pezzo di legno. Per loro era diverso. Erano due genitori distrutti per la perdita del figlio. Ma mentre per Maria Perilli c'è stato il proscioglimento per la tenuità del fatto: e cioè perché è stato ritenuto che portare i fiori sul luogo dove ha perso la vita il loro figlio non è un reato, per Feniello, invece, è arrivato il decreto penale di condanna».
Il problema, però, è soltanto tecnico e la differenza tra le due posizioni non è dovuta ad un capriccio del magistrato, ma a precise norme penali. Chi ha dei precedenti penali non può infatti beneficiare del proscioglimento per la tenuità del fatto come è avvenuto invece per la signora Perilli. Una questione che Feniello dovrebbe conoscere o quantomeno il suo avvocato lo avrebbe dovuto mettere a conoscenza del perché di quel trattamento diverso. La causa di Alessio Feniello aveva avuto anche una risonanza nazionale con gli interventi in suo favore dell'ex ministro degli Interni, Matteo Salvini e di Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia che logicamente non potevano conoscere a fondo la questione.
«Sono venuto oggi», aggiunge infine Feniello «perché Salvini aveva detto che sarebbe stato presente al processo. E se lui veniva e io non ero presente che figura facevo?».
Il 16 aprile prossimo verranno ascoltati i testi dell'accusa: sono tutti della polizia giudiziaria.
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