Violentata nel rifugio dei disperati Il testimone sminuisce le accuse

8 Novembre 2019

Sotto processo il 36enne arrestato a marzo per avere aggredito un’ucraina davanti alla Caritas Ma in aula uno dei senzatetto ritratta: «Nessun approccio sessuale, quella donna era sempre ubriaca» 

PESCARA. Nel processo in corso su un brutale episodio di violenza sessuale e lesioni personali su una donna ucraina, maturato nel massimo degrado della zona di San Donato la notte tra il 5 e il 6 marzo scorsi, davanti ai giudici è comparso il testimone chiave: un albanese, Osman Tufa, che quella sera era presente in quel rudere che i senzatetto avevano individuato come rifugio, posto proprio davanti alla mensa della Caritas. L’imputato, un marocchino di grossa statura, Ilyas Oujib, 36 anni, conosciuto fra i senzatetto come “l’armadio” proprio per la sua stazza, era presente in aula (da otto mesi è detenuto in carcere per questa vicenda). Una testimonianza risultata al pm Marina Tommolini piuttosto diversa da quella che nell’immediatezza avevano raccolto gli investigatori.
Tufa ha cercato di addolcire la personalità di “Armadio”, rivedendo le sue stesse dichiarazioni. Fatto sta che dalla sua testimonianza risulta che quella sera lui con la sua donna (che dovrà essere ascoltata nella prossima udienza del 13 novembre), la vittima con il suo uomo e altre persone compreso l’imputato, erano presenti nella sua stanza (in quella a fianco si rifugiava invece l’imputato con altri senzatetto). «Quella sera», ha detto Tufa ai giudici, «Ilyas e gli altri stavano bevendo, ma poi hanno cominciato a esagerare e io ho avuto un diverbio con Ilyas che mi ha spintonato» - mentre invece il pm gli contesta che aveva riferito di essere stato schiaffeggiato dall’imputato - «e per questo con la mia compagna ce ne siamo andati. Al mattino sono tornato con la mia donna e nella stanza non c’era nessuno, soltanto Anna (nome di fantasia della parte offesa) che era sotto le coperte. Quando le alzai, vidi che era tutta sporca di sangue. Fui io a chiamare l’ambulanza. E lei mi raccontò che a ridurla così era stato Ilyas, che voleva violentarla». E quando l’accusa gli contesta che nel verbale era stato molto più preciso contro l’imputato, il teste nega. «Non ho mai detto che Ilyas cercò approcci sessuali con Anna, ma il contrario, perché lei beveva sempre ed era ubriaca». «Lei sta ritrattando», lo incalza l’accusa, «perché è impaurito. Nega di aver dichiarato che Ilyas è un soggetto pericoloso e violento?». «Mai ricevuto minacce», risponde il teste, «altrimenti non sarei venuto neppure oggi a testimoniare». Ed è per questo motivo che il collegio, accogliendo parzialmente la richiesta di nuovi testi avanzata dal difensore, l’avvocato Claudio Croce, ha deciso di ascoltare alla prossima udienza anche la compagna di Tufa che aveva raccolto insieme a lui le prime confidenze della vittima. Nel corso della precedente udienza, Anna aveva deposto a porte chiuse. Aveva riferito che quella sera Ilyas si era presentato con una scatola di birre, che avevano cominciato a bere tutti, ma che poi, visto anche l’atteggiamento nervoso e violento dell’imputato che sembra avesse avuto una discussione con altre persone (pare si fosse anche graffiato il petto per dimostrare che lo avevano aggredito), tutti erano usciti dalla stanza, lei compresa.
Quando rientrò nel casotto abbandonato, c’era soltanto Ilyas che voleva avere un rapporto con lei: si era tirato giù i pantaloni e aveva iniziato a palpeggiarla, a toccarla nelle zone intime, cercando di avere un rapporto completo con lei. Ma vista la sua resistenza l’aveva sbattuta sul letto, abbassato i pantaloni e tolto le mutandine e, «per vincere la resistenza», come si legge nell’imputazione, «la colpiva con un forte pugno dietro al capo e con un altro pugno sulla fronte, provocando la fuoriuscita di sangue e la perdita di sensi». Il 13 novembre il collegio dovrebbe emettere la sentenza.