Violenza sulle donne: lezione sul linguaggio e sull’autostima

23 Novembre 2019

Convegno al Classico con la commissione Pari opportunità: «Le parole creano conseguenze fisiche e psicologiche»

PESCARA. «Tu non vai da nessuna parte! Scusatela, mia moglie è una deficiente. Non capisci nulla. Ma come ti sei conciata? Non sei una buona madre!». Sono alcuni dei segnali della violenza psicologica: una forma subdola di maltrattamento che nasce da un insieme di atti, parole, minacce e intimidazioni che danneggiano l’identità e l’autostima di una donna per affermare, in modo continuo e costante, il suo stato di inferiorità e subordinazione.
Se ne è parlato ieri mattina nel convegno “Comunicare la violenza” promosso e organizzato dalla commissione Pari opportunità della Provincia di Pescara, presieduta da Romina Di Costanzo, che si è tenuto nell’aula magna del liceo D’Annunzio per sviscerare come la parola arriva a influenzare la percezione e la valutazione della violenza di genere. Un’occasione per riflettere sull’uso e sulla potenza delle immagini e dei dialoghi nella società attuale e nell’universo variegato dei social media e del giornalismo. Presenti, oltre agli studenti e ad alcuni insegnanti del liceo classico diretto da Donatella D’Amico, anche il presidente della Provincia Antonio Zaffiri e il suo predecessore Antonio Di Marco, che ha istituito la commissione Pari opportunità.
Tra i relatori la presidente del centro antiviolenza di Lanciano “Donn.è” Sara Di Rado; la coordinatrice Michela Leone, psicologa e psicoterapeuta; le consigliere di parità della Regione, Alessandra Genco, e della Provincia, Danielle Mastrangelo; la giornalista Angela Curatolo; il grafico multimediale Mimmo Lusito; il compositore e musicologo Marco Della Sciucca; la docente di educazione musicale Barbara Ferri; l’artista Antonio Lucifero.
«Il linguaggio non è un aspetto secondario nella violenza di genere», rimarca Leone, «la parola arriva a influenzare e manipolare le donne vittime di violenza perché condiziona la percezione che le donne hanno di se stesse e della loro identità. Gli effetti sono disparati: scarsa autostima, dipendenza affettiva ed economica dal maltrattante, sentimenti di impotenza fino a conseguenze fisiche e psicologiche. Le donne che arrivano al nostro centro non esprimono mai il loro punto di vista, ma parlano vedendosi con gli occhi e le parole del maltrattante».
«Nel nostro centro», prosegue Di Rado, «le équipe sono tutte al femminile. Con le donne facciamo un lavoro intenso e delicato: giorno per giorno andiamo a smontare la visione distorta che hanno di sé per rimetterle al centro, per fare in modo che ricomincino a raccontare davvero chi sono, usando la parola “io” e tornando a essere fautrici della loro esistenza».
«Nelle aree interne», aggiunge Di Marco, «rispetto alla grande città è più complicato far emergere la violenza: c’è più reticenza, si ha ancora timore. È per questo che c’è sempre più bisogno dell’aiuto dei sindaci».
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