Vivicittà, la festa dei bimbi e l’abbraccio all’Ucraina

Ad aprire la gara, una delegazione della nazionale ciclisti in fuga dalla guerra Il portavoce Sergeij: «Le nostre famiglie sono ancora lì, viviamo nell’angoscia»
PESCARA. La pioggia caduta nella mattinata di ieri non ha spento l'entusiasmo per il ritorno di Vivicittà, la competizione podistica giunta alla sua 37ª edizione e tornata dopo lo stop forzato per i due anni caratterizzati dalla pandemia. Migliaia di persone, tra cui tantissimi bimbi e ragazzi, si sono dati appuntamento in piazza Salotto per la partenza del percorso, accolti dal calore del pubblico che, nonostante le condizioni meteo, ha accompagnato il via della manifestazione.
Ad aprirla, una delegazione di atleti della nazionale ucraina di ciclismo, arrivata dall’Aquila, città in cui i 26 componenti della formazione hanno trovato ospitalità da quando è scoppiata la guerra. «Eravamo ad allenarci in Turchia quando a fine febbraio la Russia ha invaso l’Ucraina, facendo esplodere i combattimenti», racconta il capo delegazione Sergeij Grecin, 43 anni, nativo di Kiev, diviso tra la passione per il ciclismo e la preoccupazione per la famiglia attualmente a Dnipro. «I primi di marzo dovevamo tornare nel nostro Pese, ma i voli sono stati cancellati e noi siamo rimasti bloccati. Così, grazie ad alcuni contatti, siamo riusciti a organizzare lo spostamento in Italia. Viviamo all’Aquila da qualche settimana, qui non ci manca nulla: le persone sono ospitali e le istituzioni ci aiutano. Siamo in 26 e ciascuno di noi ha una sim per parlare con casa: purtroppo non sempre ci riusciamo per via delle comunicazioni che a volte risultano difficoltose. Tra di noi ci sono ragazzi vengono da Lviv, Odessa, Donetsk, Lugansk. Rappresentiamo un po’ l'intero territorio, ma in questo momento siamo tutti in angoscia».
E prosegue: «Ogni giorno chiamare casa e sentire che stanno tutti bene è un sollievo. Sul telefono anche noi abbiamo una app che avvisa i cittadini sull’arrivo dei bombardamenti. E ogni volta che arriva la notifica scatta la paura. A Dnipro vivono mia moglie e i miei tre figli: due sono maggiorenni e non possono lasciare l’Ucraina, il terzo ha compiuto 13 anni sabato: ci siamo sentiti telefonicamente e ho visto qualche sua fotografia su whatsapp. Non poter vivere questo momento con lui mi fa male, ma la speranza è che il prossimo anno possiamo tornare a festeggiare insieme». Sergeij avrebbe la possibilità di tornare a casa, ma non se la sente di lasciare soli i ragazzi della squadra: «Sono io il responsabile e non vado via. I ragazzi hanno bisogno di una guida. E poi tornare a casa significherebbe solamente fare compagnia alla mia famiglia quando si scappa nella metropolitana a cercare riparo dalle bombe. Purtroppo nessuno può fare di più, bisogna solo sperare che la guerra finisca il prima possibile». Questo è il desiderio di tutta la squadra di ciclismo, che non vede l’ora di poter tornare a casa, dalle rispettive famiglie: «Non sappiamo quando questo sarà possibile, dovremmo chiederlo a Putin», dice Sergeij con un sorriso amaro stampato sul volto. «Nessuno di noi sa come andranno le cose, quanto ci fermeremo ancora qui e per quanto continueranno a cadere le bombe in Ucraina. Cerchiamo di non pensarci troppo: ogni giorno usciamo in bici e ci alleniamo sulle strade che portano in montagna: adesso stiamo completando l’iter burocratico per ottenere il permesso di soggiorno, almeno in questo modo potremo tornare a partecipare alle gare che ci aspettano».
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