Yelfry: l’importante è che non sia in libertà

L’ex cuoco guarda avanti: ho l’anima in pace e non odio nessuno, ora mi manca andare a lavorare
PESCARA. «Carcere o struttura psichiatrica, l’importante è che sia recluso da qualche parte così che non possa nuocere più a nessuno. Mi tranquillizza sapere che non è fuori e che sta pagando per il male che ha fatto». Yelfry Rosado Guzman, 24 anni, il cuoco dominicano rimasto ferito dai 5 colpi di pistola sparati da Federico Pecorale il 10 aprile 2022 mentre lavorava nel locale “Casta Rustì” di piazza Salotto, ha appreso «con serenità» la decisione dei giudici della Corte d’Appello dell’Aquila di trasferire l’aggressore dal carcere in un centro psichiatrico per curarsi. «Per me conta solo che sia chiuso da qualche parte e che sconti la sua pena», si sfoga il giovane appassionato di boxe, che vive a Chieti, e che da un anno e mezzo è su una sedia a rotelle, «non provo alcun sentimento per quell’uomo. Ho il cuore pulito, l’anima in pace, ho Dio con me, sempre, che mi aiuta a non odiare perché voglio solo pensare a vivere e ad andare avanti». Yelfry lo fa con l’aiuto della famiglia, la madre Melani, suo figlio di 4 anni e i tanti amici che gli vogliono bene. Ogni giorno si sottopone ad almeno due ore di esercizi di riabilitazione, all’istituto don Orione di Pescara o in una struttura di Chieti Scalo, con l’unico obiettivo nella testa: «Tornare a camminare». Per il momento le gambe non rispondono agli stimoli: «La riabilitazione è ancora molto lunga», dice Yelfry, consapevole che il tempo non gli è amico. Ma nel frattempo si allena sul ring, in una palestra di Pescara, sognando i primati del suo idolo “Canelo” Alvares, vince premi come la menzione speciale Rocky Marciano 2023 che lo ha additato come «esempio di tenacia e resilienza dimostrando, con la sua esperienza, che tutto è possibile» e fa progetti per il futuro: «Ho trovato sul mio cammino belle persone che mi aiutano, come il mio allenatore Andrea Sagi che ringrazio per essermi vicino», prosegue l’ex cuoco che vorrebbe tornare al lavoro. «Mi manca stare in mezzo alla gente, mi manca rendermi utile», dice, «se qualcuno mi offrisse un lavoro, anche in ufficio perché non potrei tornare a cuocere arrosticini in queste condizioni, mi farebbe tanto felice. Mi aiuterebbe anche a non pensare nei momenti in cui rimango solo e rischio di demoralizzarmi se penso a quanto mi è accaduto». La famiglia, dice, «non mi lascia mai solo, dopo la riabilitazione gioco con mio figlio, tiro di boxe e ho i nipotini intorno» ma non sempre basta a un giovane uomo che «da sempre, si è alzato tutte le mattine ed è andato a lavorare per essere d’aiuto in casa».
Ha un altro sogno, Yelfry: «Mi piacerebbe dare sostegno a chi è nelle mie condizioni, a chi vive un disagio, aiutare i poveri, le persone in difficoltà, anche solo ascoltare i loro tormenti», dice rivolgendosi alle associazioni di volontariato che volessero raccogliere l’appello di un ragazzo che un anno e mezzo fa ha rischiato la vita colpito dalle pallottole in quel maledetto giorno di primavera. «Ho tanta voglia di vivere e di fare», conclude Yelfry. Malgrado la carrozzella, malgrado tutto.

