«È la più abruzzese delle città abruzzesi»
Piovene fu colpito dal capoluogo adriatico, che negli anni 60 conobbe una convulsa crescita di abitanti
di GIULIANO DI TANNA
«S. i è sviluppata lungo il mare; continua a crescere; manca d’un vero centro, quel centro intorno al quale ruotano le città italiane. Può espandersi senza limite per addizioni successive, come Los Angeles».
Era il 1957 quando Guido Piovene ebbe questa sorta di epifania su Pescara. Era nel bel mezzo di quello che sarebbe diventato il suo “Viaggio in Italia”, un libro con il quale lo scrittore vicentino tratteggiava il primo ritratto ragionato del Paese uscito dalla catastrofe della guerra. Piovene scorse in quella crisalide la città che (in parte) Pescara sarebbe diventata. La farfalla di una città aperta agli influssi esterni, pronta a inventarsi una versione italiana, abruzzese del melting pot americano. Una città dove la sfuggevolezza dell’identità si risolve in una diminuzione del controllo sociale; dove il passato non getta il suo peso sulle spalle del presente. «La mancanza di un centro», aggiunse, infatti, l’autore delle “Stelle fredde”, «rende difficoltosa quella conoscenza reciproca, un po’ pettegola, che si forma in Italia dove tutti convergono in una piazza, una strada, un caffè, a parlare e a darsi spettacolo; ecco invece, unica in Italia, una città ribollente, confusa, in cui uomini e gruppi affluiscono, si addizionano, si accavallano come onde. Per un lato Pescara si può dire la più abruzzese delle città abruzzesi, per un altro lato è l’opposto della regione, di cui assorbe la linfa».
E’ questa dicotomia – «Per un lato Pescara si può dire la più abruzzese delle città abruzzesi» – una delle ragioni del fascino di una città che sul piatto della bilancia delle attrazioni storiche e architettoniche ha meno da mettere di altri centri della regione. Eppure, vivere a Pescara equivale a nascervi. Pescaresi si diventa non per diritto ereditario ma per l’amore che si porta alla città. La pescaresità non è un destino ma una libera scelta. Non che sia priva di storia la città nata, 90 anni fa, da due città: Castellamare a nord del fiume e Pescara a sud. Ma non è la storia, pubblica o personale, che conta nel riconoscersi pescaresi Si ama la città per quel che è: dalla Pineta dannunziana, alla Madonna dei sette dolori, dal Ponte Risorgimento a Piazza Garibaldi, dalla Nave di Cascella al Belvedere di San Silvestro. A questa complicità emotiva che nasce dalla frequentazione delle vie e delle piazze fa da contraltare la distanza che pescaresi illustri come D’Annunzio e Flaiano misero fra loro stessi e il borgo di origine. L’essere altrove per questi pescaresi illustri non assottigliava il filo che li legava emotivamente alla loro città. E alle loro due maggiori glorie letterarie i pescaresi riservano lo stesso trattamento amorevolmente distratto, screziato di sprezzatura. Se ne accorse anche Piovene, che così annotava nel suo libro: «Il mondo dannunziano resta, benché in frantumi, e appare con meno frequenza e con meno evidenza di quello leopardiano tra le colline delle Marche. A contrasto ne emerge il prodigio di Pescara nuova, uno dei fatti straordinari dell'Italia del dopoguerra. Dopo la guerra, infatti, questo grosso centro si è raddoppiato». L’aumento della popolazione diventerà convulso negli anni ’60. Dal 1961 al 1971 i residenti passano da 87.436 a 122.470. E’ il decennio in cui la crisalide intravista dallo scrittore veneto si trasforma in farfalla, passando (anche a costo dell’edificazione selvaggia dei Colli) da grande paese a città. Sono gli anni in cui l’industria e il commercio calamitano in città molte famiglie di fuori regione: i futuri pescaresi che scoprirono presto che qui nessuno ti chiede mai qual è la tua famiglia, perché si sa che chi arriva in questa città ha solo una grande, indulgente madre adottiva di nome Pescara.
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