Addio a Cosco, guidò Pro Vasto e Val di Sangro

Tecnico 51enne della Torres (serie C) aveva annunciato il suo ritiro lo scorso Natale con una lettera aperta nella quale rendeva pubblica la sua malattia. In Abruzzo era arrivato da calciatore, un terzino sinistro che ha vestito le maglie della Vastese e del Castel di Sangro, in C2
Ha perso l'ultima battaglia Vincenzo Cosco, quella della vita. Ma se n’è andato a testa alta, lottando fino alla fine contro quel cancro che, a dicembre, l'aveva costretto a lasciare la panchina della Torres (Lega Pro). Era un combattente, era convinto di potercela fare anche questa volta. D'altronde, lui il cancro lo aveva già sconfitto quando – nel 1996 – aveva poco più di 30 anni ed era un calciatore.
Il suo ultimo messaggio pubblico, su Facebook, appena una decina di giorni fa: "Grazie", aveva scritto, "a chi mi scrive, facendomi sentire il proprio calore, indispensabile per continuare a combattere".
Era abituato alle battaglie, per lui ogni partita era una sfida. Non certo un tecnico banale. No, lui non passava inosservato. Nemmeno nelle dichiarazioni post partita dove regalava sempre un titolo ai giornalisti. Niente a che vedere con tanti colleghi "scontati". Carattere e personalità: era il Mourinho dei poveri. O lo amavi o lo detestavi, con Cosco non c'erano vie di mezzo. Un personaggio, dentro e fuori dal campo. Mai scontate le sue parole. Un condottiero più che un allenatore.
Il 4-4-2 modello Capello era il suo marchio di fabbrica. Era bravo a scegliersi i giocatori che poi spremeva come limoni fino a raggiungere l'obiettivo, il più delle volte la vittoria. Li proteggeva all'esterno, ma da loro pretendeva molto in mezzo al campo. Difficile andarci d'accordo se non ti allineavi al suo pensiero e al suo modo di fare calcio. Sempre petto all'infuori. Le sue squadre trasudavano organizzazione tattica, frutto del lavoro svolto in settimana, e intensità agonistica. Abile a trarre il massimo da ogni giocatore. Era ambizioso e coraggioso, ma mai irrispettoso o insolente. Amava essere al centro dell’attenzione mediatica e, soprattutto, che la squadra in campo rispecchiasse la sua personalità. Ai tempi della Pro Vasto si caricava quando tornava in Molise e trovava tifoserie che lo insultavano.
Si faceva chiamare lo Special Wolf. Come Mourinho amava portara la cravata slacciata, specialmente il giorno della presentazione. In Abruzzo era arrivato da calciatore, un terzino sinistro che ha vestito le maglie della Vastese, in C2, e del Castel di Sangro. Poi, la gavetta in panchina. Campionati vinti nei dilettanti per cercare di emergere. A Vasto è tornato all'inizio degli anni Duemila – esattamente nella stagione 2002-2003 – chiamato dal direttore sportivo Pino De Filippis che era stato suo compagno di squadra in passato. E c'è voluto poco per conquistare la piazza biancorossa che ha lasciato con la vittoria dei play off (contro il Bojano davanti a 4.500 spettatori all’Aragona) della serie D, nel 2004, che poi ha consentito alla società di ottenere il ripescaggio tra i professionisti.
L'altro capolavoro, sempre in tandem con De Filippis, l'ha fatto alla Val di Sangro. Erano anni che il club del presidente Pellegrini cercava di vincere la serie D, ma non ci riusciva. Con il tecnico molisano ha centrato lo storico approdo tra i professionisti. Poi ha girato tanto, ha allenato anche in Ungheria, il Sopron.
Ha riportato il Matera in Lega Pro. E la scorsa estate è stato chiamato dalla Torres che poi ha lasciato prima dell'inizio del campionato. Divergenze con la società, d’altronde non era un tipo facile Vincenzo Corso. Ma, dopo qualche mese, a stagione in corso è stato richiamato al posto di Costantino.
A dicembre, prima di fermarsi, la sua ultima impresa, la rimonta della sua Torres da 0-2 a 3-2 contro la Cremonese, la corsa verso i tifosi sassaresi insieme ai suoi giocatori. Appena trentasei ore prima della terribile diagnosi e dell'inizio della partita più importante. Che ha giocato sotto gli occhi di tutti comunicando la sua malattia su Facebook. E' stato operato a Chieti, dove il professor Schips gli ha asportato un rene, ma il cancro ormai lo stava divorando. Certo, ha fatto intravedere segnali di ripresa, ma alla lunga il cancro non gli ha lasciato scampo. Mercoledì sera, dal lettino dell’Hospice di Larino, si era goduto in televisione Barcellona-Bayern. Poi, la lenta agonia.
Il calcio piange un personaggio, il Mourinho dei poveri.

