Addio a Gimondi, l’Abruzzo ricorda il mito del ciclismo

Il marsicano Marcelli: «Era un artigiano della fatica» Masciarelli: quella volta che vinse il trofeo Matteotti
PESCARA. «Era il 1970. Gimondi veniva da un periodo poco brillante. Arrivò a Pescara per riscattarsi. Vinse il Matteotti con sette minuti di vantaggio su Vittorio Urbani. Ma era talmente insicuro che, nonostante il netto distacco, si voltava sempre per vedere se c’era qualcuno alle sue spalle in grado di riprenderlo. Quella vittoria al Matteotti gli ridiede fiducia. A Pescara rivedemmo il vero Gimondi. Fu una giornata entusiasmante per tutti gli appassionati di ciclismo». Impossibile da dimenticare. Nemmeno per il pescarese Palmiro Masciarelli, corridore professionista dal 1976 al 1988 e per 10 anni fedele gregario di Francesco Moser, che ricorda così Felice Gimondi, stroncato da un infarto all’età di 76 anni mentre era in vacanza in Sicilia. «Se ne va il mito di un’epoca, uno dei più grandi corridori della storia del nostro ciclismo», dice Masciarelli, che ha corso insieme a Gimondi per due anni. «Lui stava alla Bianchi, io con Moser alla Sanson», ricorda Palmiro. «Erano gli anni Settanta. Lo chiamavamo brontolo perché si lamentava sempre. Non potrò mai dimenticare un episodio. Eravamo al circuito degli assi a Macerata e ci stavamo vestendo per salire in bici. C’era anche Gimondi che brontolava per il carovita. Addirittura, si lamentò dicendo che le banane costavano troppo. Scoppiammo tutti a ridere e lo prendemmo in giro pensando all’ingaggio da capogiro che percepiva».
Gimondi è stato uno dei pochi ad aver vinto tutti e tre i grandi giri: Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta. Senza dimenticare il Mondiale vinto a Barcellona nel 1973. «Per me quella è stata la sua vittoria più entusiasmante», dice Masciarelli. «Quando vinse a Barcellona in volata contro Merckx e Maertens, fu una sorpresa per tutti gli italiani». Il corridore pescarese l’ha rincontrato qualche anno dopo. «Lui era il dirigente della Bianchi (storica azienda milanese di biciclette, ndc) e mi chiamò perché voleva sponsorizzare l’Acqua&Sapone. Avevamo l’accordo, poi saltò tutto perché la Rcs non ci fece andare al Giro». Con il cannibale Eddy Merckx l’eterno duello. «Erano rivali, ma si rispettavano. Lui ci scherzava anche sopra. Quando vinse la Milano-Sanremo, senza Merckx, disse: “Sono più contento di vincere senza Merckx che arrivare secondo dietro a lui”. Era molto spiritoso, una persona alla mano. Oltre che un grande campione».
«Io, gregario di Gimondi». Il marsicano Vittorio Marcelli, oggi 75enne, di Magliano de’ Marsi, è stato il gregario di Gimondi alla Salvarani nel 1970. «Felice era il nostro capitano», ricorda Marcelli, campione del mondo dilettanti, a Montevideo, in Uruguay, nel 1968. «Alla Salvarani è stata un’esperienza bellissima, lui era già un campione, io arrivai in punta di piedi. Salvarani era Gimondi e Gimondi era Salvarani: lui era il leader della squadra, tutti correvano in funzione di lui. Era un corridore fuori dalla norma, meticoloso, attento ai minimi particolari. Era un artigiano della fatica. Era predisposto alla sofferenza, sapeva convivere con la fatica. Cercava la vittoria con la grinta e il sudore. Vinceva cronometro, corsa a tappa e campionati del mondo. Uno dei più grandi di tutti i tempi». Marcelli è arrivato secondo dietro a Gimondi al Gran Premio di Castrocaro Terme. «Era il 1969», ricorda l’ex corridore marsicano. «Per me era il primo anno da professionista. Era una cronometro individuale di 80 chilometri. Gimondi arrivò primo con 1’40’’ di vantaggio su di me. A fine gara mi fece i complimenti. Ero felice, per me fu un grande risultato». Marcelli marsicano, Gimondi bergamasco. «Due caratteri diversi, non avevamo rapporti diretti perché ci si vedeva poco. Ma quando ci ritrovavamo nei raduni collegiali era un piacere stare in compagnia. Lui era uno che sapeva scherzare e stare in gruppo. La notizia della sua morte mi rattrista. Felice è stato un professionista, un esempio. Ci mancherà».
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