Addio a Marvin Hagler, il mancino meraviglioso

15 Marzo 2021

A 66 anni scompare nel New Hampshire uno dei più grandi pesi medi della boxe Memorabile match con Antuofermo nel 1979. Negli anni Ottanta dominò la scena

ROMA. Addio Marvin Hagler. La boxe perde uno dei suoi campioni leggendari. Uno dei più grandi pesi medi della storia. È morto nella notte tra sabato e domenica nel New Hampshire, come ha fatto sapere la moglie con un post sui social, senza dare ulteriori notizie sulle cause del decesso. Hagler fece una lunghissima gavetta. Arrivò a disputare il titolo mondiale dopo 7 anni di pugilato professionistico e ben 50 match. Ma quando salì sul trono vi restò imbattuto per sette lunghissimi anni, dal 1980 al 1987, con 12 difese del titolo. In quindici stagioni sul ring solo tre volte ne uscì sconfitto, ed ogni volta era stato un verdetto controverso. Mancino molto tecnico e potente, Marvin amava la battaglia e il suo volto pieno di cicatrici raccontava di una storia molto vissuta sul ring e piena di passione. Voleva essere chiamato “meraviglioso”, perciò aggiunse all'anagrafe al suo nome Marvin anche quello di Marvelous, appunto Meraviglioso. Sulla sua strada sono passati molti dei più grandi pesi medi della sua epoca, come Roberto Duran, “mani di pietra”, l'unico dei grandi che finì in piedi la sua sfida. E poi ancora Thomas Hearns, John Mugabi, Domingo Roldan: Hagler non si è mai tirato indietro, mandandoli tutti al tappeto. Resta nella memoria il match contro l'italiano Vito Antuofermo, era il 30 novembre del 1979: Hagler mancò l'assalto al titolo mondiale in una sfida memorabile in 15 riprese a Las Vegas, finita in parità. L'azzurro era il detentore del titolo e quindi lo conservò, ma finì il combattimento in una condizione terrificante, una maschera di sangue sul volto, gli ci vollero ben 70 punti di sutura. Al siriano Mustafa Hamsho andò meglio, appena 55 punti. Il titolo invece Marvelous se lo prese nel 1980 strappandolo al britannico Alan Minter, “occhi di ghiaccio”. Nel 1982 difese il titolo contro Fulgencio Obelmeijas al Teatro Ariston di Sanremo. Venne spesso in Italia, per un po’ visse anche a Milano, sua moglie era napoletana. Il Meraviglioso picchiava che era una meraviglia, potente e anche elegante. Preparava i suoi incontri con grande cura, meticoloso, aveva una concezione della boxe quasi religiosa, e quando si sentì tradito e derubato del titolo, lasciò il ring e non volle più saperne. Nemmeno borse molto allettanti riuscirono a farlo recedere dalla sua decisione. La sua carriera finì il 6 aprile 1987 al termine del match contro Ray Sugar Leonard che i giudici diedero ai punti al rivale, ma con verdetto non unanime. Hagler se la prese tantissimo, non accettò mai quel risultato ritenendolo pilotato. E prese la decisione irrevocabile del ritiro, rifiutò ricche proposte economiche per una rivincita con Leonard, e si dedicò a fare il commentatore tv. Ieri la morte improvvisa.
La biografia. Nato il 23 maggio 1954, cresciuto a Newark, in New Jersey, si trasferì con la madre a Brockton, in Massachusetts. Nella città del pugile Rocky Marciano, Hagler imparò a boxare, nella palestra guidata dai fratelli italoamericani Pat e Goody Petronelli. Dopo la conquista del suo primo titolo nel campionato nazionale amatori, Hagler passò al professionismo, in un crescendo di successi. Per quasi dieci anni, Marvin "Marvelous" Hagler ha sconfitto tutti i suoi grandi avversari, da Roberto Duran a Thomas Hearns. Con ques'ultimo, nel 1985, diede vita a uno dei round più entusiasmanti della storia della boxe. Il bilancio finale della sua carriera è di 62 incontri vinti su 67, di cui 52 per ko, tre sfide perse e due pareggiate.
Tifoso doriano. Nel cordoglio mondiale per la scomparsa di Marvin Hagler spicca il messaggio di condoglianze della Sampdoria. Ed è un messaggio che non arriva a caso: “The marvelous” era un tifoso blucerchiato. Lo è diventato durante la sua vita in Italia, dove era diventato “italiano” a tutti gli effetti. «All’inizio della Sampdoria mi piacevano i colori», raccontò, «poi mi sono un po’ documentato e ho capito che erano underdog, sottostimati, come è successo a me per gran parte della carriera. Ma con Vialli, Mancini e Gullit ci siamo divertiti anche noi...».
Antonello Del Canto