Addio Cruijff, genio e mito del calcio totale

25 Marzo 2016

Sconfitto dal cancro a 68 anni: ha fatto la storia di Ajax, Olanda e Barcellona

di STEFANO TAMBURINI

A Era l’inizio degli anni Settanta e da quel momento il pallone non fu più lo stesso. Hendrik Johannes Cruijff, detto Johan, era qualcosa in più che una leggenda. Insieme con Pelè, Alfredo Di Stefano e Diego Armando Maradona, Cruijff è la storia del calcio. Era uno che non potevi smettere di guardare, perché sapevi che i suoi piedi all’improvviso avrebbero potuto regalare qualcosa che al tempo stesso era magia e paradiso.

Sulla maglia portava il 14, precursore anche in questo: in un’epoca in cui i numeri fissi erano roba per le Nazionali e solo a Mondiali ed Europei, lui aveva quel numero fuori dal giro canonico, dall’uno all’undici. Perché anche quel calcio allora era qualcosa di mai visto. Era il calcio totale dell’Ajax di Rinus Michels che sbocciò nel 1969 in una finale di Coppa dei Campioni. Dall’altra parte c’era Nereo Rocco in panchina, profeta di un gioco al contrario di quello olandese. E c’era anche Rivera, altro genio del calcio. Vinse il Milan ma fu lì che quell’Ajax cominciò a capire come si fa a vincere. E lo fece due anni dopo, battendo in finale il Panathinaikos guidato da un altro mito, l’ungherese Ferenc Puskas. L’anno prima era cominciata per caso la leggenda della maglia numero 14. Lui giocava con il 9, ma un giorno nello spogliatoio quella maglia non si trovava e lui prese la prima che capitò a tiro: la 14. Gioco così bene che non volle mollarla più. Per lui fecero una deroga, che solo i rigidissimi spagnoli non vollero replicare quando andò a giocare a Barcellona, in piena epoca franchista. Si riprese la maglia numero 9 ma sotto ne portava sempre un’altra con il 14.

Con l’Ajax ha vinto tre Coppe dei campioni e un’Intercontinentale. Solo con la Nazionale è rimasto a un passo dal trionfo, argento ai Mondiali del 1974 e bronzo agli Europei del 1976. Ma uno così è come se avesse vinto tutto. Piombò in un’epoca in cui il calcio era rigidità e ruoli fissi; rese possibile il sogno, rese realtà un’utopia. Il suo era il calcio dove tutti devono saper far tutto, con ruoli intercambiabili e avversari in trappola. Era un calcio totale anche fuori dal campo, con i ritiri non più in clausura ma con mogli, fidanzate, sigarette e alcol al seguito. Un’eresia, però vincente.

Era un calcio dove si cominciava a vincere e incantare con la testa, con l’idea di gioco che veniva ancor prima del gioco stesso. E Cruijff questa filosofia è stato capace di incarnarla anche nel dopo, da allenatore e dirigente. E il Barcellona delle meraviglie, quello di Pep Guardiola prima e di Luis Enrique oggi, affonda le radici in quello che il Profeta del gol ha guidato dalla fine degli anni Ottanta, ripetendo il percorso fatto da calciatore: dall’Ajax alla squadra catalana.

La Catalogna è stata la sua seconda patria, non solo sportiva. Tutto cominciò nel 1973, quando la Spagna riaprì le frontiere ai giocatori stranieri. Real Madrid e Ajax erano già d’accordo per la cessione ma lui si impuntò per onorare la parola data tre anni al Barcellona. Non sempre, ma spesso i grandi giocatori sono anche grandi uomini. Lo fu anche quando chiamò Jordi il suo terzo figlio, in onore di San Giorgio, il patrono della Catalogna. La dittatura franchista stroncava con ogni mezzo i nazionalismi, anche all’anagrafe. E lui quel nome lo andò a registrare in Olanda.

Jordi poi riuscirà anche a vestire la maglia del Barcellona con il padre allenatore. Scelse il numero 14, ma non fece mai scrivere Cruijff sulla maglia. «Quel nome può portarlo solo mio padre», spiegò mentre chiedeva di far scriver semplicemente Jordi.

Sì, aveva ragione Jordi: Cruijff era unico. Si è arreso ieri, a 68 anni, battuto da un cancro ai polmoni dopo aver dribblato numerosi infarti negli anni Novanta. E dopo averci fatto innamorare di un calcio che prima non c’era. Prima era un gioco, lui ci ha insegnato che può essere una festa.

@s__tamburini

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