Anche in Portogallo adesso esiste la porta

12 Luglio 2016

Da Eusebio a Cristiano Ronaldo: la storia ha sanato un debito

INVIATO A PARIGI. La storia salda il suo debito con il Portogallo. Già, perché la nazionale lusitana era l'unica tra le grandi potenze del calcio che non era mai riuscita a conquistare un trofeo internazionale, fosse un Mondiale o un Europeo. E questo nonostante una tradizione nobile, due squadre come il Porto e il Benfica da tempo frequentatrici del salotto buono del calcio mondiale, due stelle planetarie come Eusebio e Cristiano Ronaldo e il più rivoluzionario degli allenatori come Mourinho.

Mai un oro, il gradino più alto del podio, la suite imperiale. Eppure il Portogallo tante volte ci è andato vicino come al debutto mondiale in Inghilterra nel 1966. Era il Portogallo della “Perla del Mozambico”, una squadra figlia del Benfica delle meraviglie, trionfatrice in Coppa Campioni nel 1961 e 1962. Con Eusebio c'erano ance Mario Coruna, Jose Augusto e Antonio Simoes, la squadra arrivò in semifinale con un percorso netto battendo anche i campioni in carica del Brasile e la Corea del Nord giustiziera dell’Italia di Edmondo Fabbri e poi perse di misura con l'Inghilterra, ma si consolò vincendo la finalina per il terzo posto con l'Urss. Poi anche un quarto posto ai Mondiali del 2006 in Germania e comunque per ben 5 volte nelle prime quattro d'Europa (nel 1984, 2000, 2004, 2012 e 2016) con quella ferita profonda del 2004 e l'Europeo perso in casa contro la Grecia dei miracoli. Una ferita che si è cicatrizzata solo domenica sera con la vittoria sulla Francia in una sorta di riedizione a ruoli invertiti della drammatica notte di Lisbona di 12 anni fa.

Già, perché quello a metà degli anni Duemila è stato probabilmente il Portogallo più forte di sempre, con la generazione dei fenomeni, di Figo e Rui Costa, Quaresma e Couto, ma soprattutto di Cristiano Ronaldo uno che dopo il successo di domenica ha preso un appartamento in affitto nel residence esclusivo della storia del calcio accanto a Pelè e Maradona.

Il Portogallo ha espresso una vera e propria scuola calcistica, una sorta di Brasile europeo con il quale ha in comune la lingua e la vocazione al palleggio, al fraseggio, al possesso palla. Un marchio di fabbrica che ha accompagnato i trionfi di Benfica, Porto e persino Sporting, ma che in nazionale non si è mai tradotto in una firma in calce all'albo d'oro. Una bella incompiuta tanto da essere definita campione del mondo del calcio senza porte perché in effetti alla nazionale lusitana, eccezion fatta per Eusebio che era giocatore totale e devastante anche come prima punta, non ha mai avuto un centravanti vero e lo stesso Cristiano Ronaldo si è adattato al ruolo anche se le sue caratteristiche si esprimono al meglio con il movimento su tutto il fronte offensivo. Eppoi il Portogallo è il vero manifesto dell'integrazione, una caratteristica che aveva già espresso in passato, precursore di quella interrazzialità che nello sport moderno sembra essere la chiave del successo. Numerosi sono infatti i giocatori che arrivano dalle ex colonie portoghesi, da Capoverde all'Angola, dalla Guinea al Mozambico e nella nazionale campione d'Europa ci sono persino due giocatori nati in Francia.

Il Portogallo si accomoda quindi a pieno titolo negli almanacchi e adesso anche nel suo calcio esiste la porta.

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