Aracu: «Mi votano perché porto risultati e idee»

31 Marzo 2017

Dal 1993 a capo di hockey e pattinaggio, dal 2005 numero uno al mondo

PESCARA. Ha resistito a inchieste di ogni tipo, penali e del Coni; ha cavalcato l’onda lunga del rinnovamento al vertice delle federazioni sportive, rimanendo in sella al movimento che gestisce hockey e pattinaggio. Sabatino Aracu, 63 anni, è al settimo mandato come presidente. Non solo, nelle scorse settimane, a Nanchino in Cina, è stato confermato a capo della federazione mondiale. Uno dei rari casi di dirigente italiano in grado di farsi votare oltreconfine. E’ scomparso dalla scena politica a seguito dell’inchiesta Sanitopoli (accusa prescritta), intensificando l’impegno per lo sport, il mondo che negli anni Novanta l’ha prestato a Forza Italia.

Aracu, che cosa si prova a essere il decano dei presidenti federali?

«Significa che sono passati tanti anni... A parte gli scherzi, ci sono orgoglio e soddisfazione in prima linea, anche perché sono stato prima atleta e poi dirigente. Sono felice, lo faccio con passione».

Ricorda la prima volta?

«Ricordo il primo consiglio del Coni, nel gennaio 1993, a cui partecipai come presidente della federazione pattinaggio dopo aver fatto le primarie. Ebbene, il presidente del Coni era Arrigo Gattai e alla prima riunione feci qualche domanda. Lui mi stoppò subito: “Non sei ancora arrivato e già cominci a fare il certosino?”. Questo per dire che negli anni Novanta era dura emergere perché c’era una classe dirigente di spessore».

Come si fa a resistere così tanti anni?

«Lavorando e portando risultati alle società che poi ti devono votare. Ai dirigenti dico sempre che quando non mi vorranno più me ne andrò in punta di piede. La stessa cosa che ho fatto in politica. Non mi piace stare in paradiso a dispetto dei santi».

Quando parla di risultati a che cosa si riferisce?

«Siamo la federazione che porta il maggior numero di medaglie internazionali al Coni. E non mi sembra poco. E poi c’è un grande traguardo che stiamo per tagliare: la partecipazione alle Olimpiadi. Saremo presenti a Tokyo 2020 con lo skateboarding e ai Giochi giovanili di Buenos Aires, nel 2018, con la velocità pattinaggio a rotelle. Non mi sembra poco...».

Come è iniziata la sua avventura in federazione nel 1993?

«Smisi di fare l’atleta negli anni Ottanta. La federazione all’epoca era ferma, una federazione tutta siciliana. Preparai un dossier con le problematiche del settore, facevo politica sportiva per il mio mondo. Riuscii a raccogliere consensi attorno alla mia candidatura e poi vinsi le votazioni».

Quanto guadagna un presidente di federazione?

«Fino a due anni fa niente. Per 22 anni l'ho fatto gratuitamente. Oggi c’è un’indennità voluta dal Coni, circa 1.400 euro al mese».

E come presidente mondiale di federazione?

«Niente. La federazione ha sede a Losanna, vado in giro per il mondo per promuovere progetti e idee. Mi “inventai” i Giochi del Mediterraneo in Abruzzo; ho dato un contributo a tutte le grandi manifestazione che si sono svolte dalle nostre parti. Lo sport dà visibilità, è un traino per l’economia».

Come ha fatto a conquistare anche la platea mondiale?

«Ci sono arrivato dopo un’esperienza da presidente europeo. Bisogna farsi apprezzare nelle riunioni, devi promuovere idee. E comunque nel 2005, quando diventai presidente mondiale per la prima volta, sono stati gli altri a chiedermelo».

Che fine hanno fatto le inchieste federali e della corte dei conti su di lei?

«Un po' alla volta, quando vanno a udienza, muoiono. Alcune sono state archiviate prim’ancora di essere discusse. D’altronde, se avessi fatto qualcosa di male le società non mi avrebbero rivotato... Purtroppo, sono stati messi in giro dei veleni per colpire la mia persona».

Lei ha mischiato politica e sport...

«Bravo, una miscela esplosiva. La verità è che quando fai una cosa è difficile farne altre. Sono arrivato alla politica dallo sport. Nel 1994 dissi no, nel 1996 mi convinsi perché mi fu proposto da Gianni Letta. Fui eletto nel collegio Pescara-Sulmona, vinsi contro il giornalista Alberto La Volpe. Con il passare degli anni mi sono accorto che quando ti metti troppo in luce nascono delle gelosie. A volte i primi nemici li trovi all'interno del tuo schieramento, non fuori. E così è accaduto anche al sottoscritto».

La federazione hockey e pattinaggio che cosa ha in programma in Abruzzo?

«Tutti gli anni facciamo i campionati italiani di pattinaggio artistico a Roccaraso. E poi abbiamo un evento in programma all’Aquila nelle prossime settimane. Più in generale, sarebbe bello realizzare degli avvenimenti ad ampio respiro. Lo dico senza fare polemica, ma ci sarebbe bisogno di una classe politica che credesse di più negli eventi sportivi. Organizzare un campionato del mondo significa mettere all'attenzione dell’opinione pubblica la tua località, ospitare gente che ti porta soldi. Faccio un esempio, ben sapendo che la città ha altre priorità. L'Aquila ha due piste di pattinaggio, di cui una sopraelevata, che potrebbero ospitare gare internazionali, ma non sono a norma. Hanno bisogno di lavori».

Obiettivi nel prossimo quadriennio?

«Portare il pattinaggio alle Olimpiadi è un obiettivo già raggiunto, spero di consolidarlo nel tempo».

Rimpianti o aneddoti della sua carriera?

«Nel 1998 nel Coni ero considerato un innovatore. Ero sulla cresta dell’onda. Luciano Nizzola (allora presidente della Figc, ndr) mi propose di entrare nel calcio e di prendere il posto di Giulivi alla Lega nazionale dilettanti. Io dissi di no e quel posto lo prese Carlo Tavecchio che ora è capo della federazione. Da parte mia sono orgoglioso della scelta fatta, perché mi ha permesso di restare nel mio mondo, nel mio sport. Non potevo fare altrimenti, avrei tradito chi mi ha dato tutto...».

Rivoterà Malagò al Coni?

«Sì, sono stato uno dei più grandi sostenitori quattro anni fa. Giovanni è un patrimonio di tutti, una persona intelligente. Non è uno di parte, è al servizio dello sport».

Che cosa ha dato più di Petrucci?

«Malagò ha una marcia in più, Petrucci è bravo, ma non al suo livello».

@roccocoletti1

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