Aracu presidente dal 1993: pronto all’ultimo mandato

13 Novembre 2020

Domenica a Riccione l’assemblea federale: il 67enne aquilano è candidato unico «Io il prototipo dell’anti-Spadafora: ecco perché il ministro non capisce di sport» 

PESCARA. Nel gennaio del 1993 il presidente del consiglio era il socialista Giuliano Amato, la moneta circolante era la lira e l’euro era nell’immaginario dei padri costituenti dell’Unione Europea varata il primo novembre dello stesso anno. Da quel tempo è cambiato il mondo, ma non il presidente della federazione italiana pattinaggio, Sabatino Aracu, che proprio nel gennaio del 1993 è stato eletto per il primo mandato. Domenica si svolgerà a Riccione, in presenza, l’assemblea federale per l’elezione del presidente con un candidato unico, lo stesso Sabatino Aracu che è anche a capo della federazione mondiale degli sport rotellistici.
Di questi tempi fare un’assemblea in presenza non è rischioso?
«Lo prevede lo statuto e lo stanno facendo tutte le federazioni. Noi utilizzeremo una sala conferenze che può contenere 1.500 persone e sono 250 i delegati. Quindi, con il distanziamento necessario. E saranno fatti i tamponi a tutti. Saremo al sicuro».
Aracu candidato unico, è il più longevo tra i presidenti federali in carica.
«Sono il prototipo e l’obiettivo della battaglia portata avanti dal ministro Spadafora».
Quel che di negativo la riforma dello sport vorrebbe abolire.
«In effetti, se si parla di meritocrazia sono un nemico da abbattere visto che sono stato prima un atleta in grado di vincere dei titoli, poi un tecnico che ha portato degli allievi (tra cui Giannini, ndr) al successo e poi dirigente. Sono stato eletto prima a capo della federazione regionale, poi nazionale e successivamente mondiale. Ovviamente, sono stato eletto da dirigenti di società, tecnici e atleti. In effetti, la meritocrazia con queste premesse va a farsi benedire».
È ironico.
«Sono realista e ho elencato dei dati di fatto che non sono confutabili. Spadafora - e chi con lui lavora a questa riforma - ha un problema: non capisce di sport. La centralità del Coni è una garanzia per l’autonomia e l’indipendenza dello sport. È una delle poche cose che funziona in Italia. Per carità, tutto perfettibile. Ma il nostro è un sistema che ci viene individiato nel resto del mondo e noi, invece, vogliamo metterlo in discussione non si sa per quale motivo. Incredibile».
Quale sarebbe il motivo?
«Così facendo si arriva ad assoggettare lo sport alla politica, proprio quello che vogliamo evitare».
Lo dice lei che è stato parlamentare e presidente di federazione?
«Io nasco come sportivo. Gianni Letta nel 1996 mi chiamò perché aveva bisogno di gente di sport. Io sono uno sportivo prestato alla politica».
Di che cosa va fiero dal 1993 a oggi?
«Facile: aver portato gli sport rotellistici alle Olimpiadi. Saremo disciplina olimpica da Tokyo. E poi permettetemi di dire che sono e siamo orgogliosi dei risultati raccolti dall’Italia. Ai Roller Games, che sono le olimpiadi a rotelle, il primo Paese nel medagliere è l’Italia. Cos’altro chiedere di più?».
Beh, qualcosa avrà da rimproverarsi...
«In effetti sì. Non aver creato le basi per una mia successione. Dal momento che non sono immortale, avrei dovuto creare le basi per avvicendamento».
A proposito, quando accadrà?
«Lo dico adesso: il prossimo sarà il mio ultimo mandato federale».
Dopodiché lascerà?
«A livello federale italiano sì. Magari mi concentrerò sull’attività a livello mondiale, se lo vorranno».
In Abruzzo c’è in ballo la trattativa con il Comune di Pescara per rendere il pattinodromo dei Gesuiti centro federale.
«Sì, è un discorso che va avanti dai tempi di Carlo Pace sindaco. Il progetto si è arenato e ora è tornato in auge. C’è questa possibilità che sarebbe un successo a livello sportivo, ma anche economico e sociale perché permetterebbe di sfruttare la zona dei Grandi Alberghi, portando gente in Abruzzo».
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