«Arbitri bravi ma il calcio vive nell’incuria»

29 Agosto 2014

L’ex direttore di gara: «Tecnologia inevitabile però le telecamere non colgono le sensazioni»

«L’ultimo grande dirigente del calcio italiano, non me ne vogliano gli altri, è stato Artemio Franchi. Che, per inciso, è stato un arbitro». Luigi Agnolin, 71 anni, di Bassano del Grappa (Vicenza), è stato una fra le più prestigiose “giacchette nere” del pallone tricolore. Un direttore di gara – come preferisce definirsi – finanche capace di tenere testa al numero uno del calcio mondiale, il segretario della Fifa Joseph Blatter, con il quale andò in rotta di collisione durante i Mondiali del 1990. Per lui parlano i numeri della carriera: 226 gare dirette in serie A (esordì il 18 marzo 1973 in Fiorentina-Cagliari), arbitro internazionale dal 1978, partecipò a due Mondiali, quello messicano nel 1986 e, appunto, quello italiano. Ma parlano anche gli atteggiamenti che l’hanno sempre mostrato per quello che è: una persona che dice sempre ciò che pensa. A costo di essere bollato come arbitro anti-Juve (litigò con Bettega in campo, discussione che gli costò quattro mesi di sospensione) o di subire reprimende dai suoi superiori perché si era fatto crescere la barba (che non si tagliò). Agnolin, dopo aver posato il fischietto, ha intrapreso la carriera di dirigente sportivo, passando dal ruolo di dg della Roma a quello (attuale) di dg del Siena, formazione che ripartirà quest’anno dalla serie D.

Agnolin, il mondo arbitrale è totalmente cambiato da quando c’era lei. È cambiato in meglio o in peggio? Gli arbitri non sono diventati un po’ troppo protagonisti della scena calcistica?

«Non credo. Il modo di arbitrare è figlio del proprio tempo. Al mio c’era un approccio gratificante nell’arbitrare una partita perché potevi contare solo sulle tue forze. Ora è come fare una ferrata attrezzata. L’arbitro non è più solo. Ci sono gli assistenti di linea, il quarto uomo. La tecnologia è aumentata con le telecamere e tutto il resto. Insomma, l’arbitro lavora in team».

Sembra di capire che lei sia favorevole alla tecnologia in campo.

«Sì. Credo sia un elemento necessario. Magari se arbitrassi ancora non mi ci ritroverei con microfoni, telecamere a altri congegni hi tech. Ma come ho detto prima, io faccio parte di un’altra epoca. Oggi il calcio è velocissimo e la tecnologia aiuta a non sbagliare».

Gol line technology, bombolette spray. Speriamo arrivi presto la moviola in campo, dunque...

«Sì. Purché si discuta di gol o non gol e non di ogni singolo fallo di gioco. Credo che la moviola consenta di vedere cos’è accaduto. Se la palla ha oltrepassato la linea o meno. E quindi di giudicare meglio. Ma non bisogna dimenticare che gli arbitri dirigono la partita, tenendo conto di tutto ciò che accade in campo, anche dello stato emotivo del momento: sensazioni che le telecamere non riescono a cogliere».

Ma gli arbitri italiani sono ancora tra i migliori del mondo?

«Rizzoli (che ha arbitrato la finale della Coppa del Mondo in Brasile) è la risposta. A livello di preparazione e di organizzazione non abbiamo da imparare da nessuno. In Inghilterra gli arbitri non sono così coinvolti anche nelle discussioni del dopo gara. In Italia non è semplice. Per questo motivo diventano bravi».

Per contro, se gli arbitri sono di livello superiore, lo stesso non si può dire del nostro calcio, dato che la serie A non è più il “campionato più bello del mondo”.

«Già. Tanto per parlare degli stadi facciamo ridere i polli in confronto al resto d’Europa. Ho lavorato in Portogallo, lì ci sono strutture che da noi solo Juve o Milan e Inter possono sognare di avere. In Italia si parla troppo di calciatori e poco di strutture. Siamo sommersi dall’incuria».

A proposito. Il calcio italiano pare a una svolta. La Figc ha eletto Tavecchio, figura a cui gli arbitri hanno voltato le spalle. Lei cosa ne pensa?

«Mi dispiace, ma non entro nel merito. Ma mi consenta di dire una cosa: ha lasciato la poltrona una persona (Giancarlo Abete) corretta, educata e positiva, tacciata di scarso decisionismo, frutto della situazione e non della sua volontà. Negli altri paesi tutti gli ex giocatori di spessore sono stati messi a capo di enti e organizzazioni mondiali di altissimo livello. Da noi questo non è successo». Agnolin si ferma volutamente qui. Come dire: un motivo ci sarà.

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