Assist a Motta: «Thiago merita il 10»

3 Giugno 2016

«È un campione e chi lo critica dovrebbe palleggiare con lui. Con Conte lavoriamo tantissimo su motivazioni e tattica»

Un’entrata decisa, in tackle, alla sua maniera perché dopo una vita a recuperar palloni non conosce altro modo di interpretare il calcio. È con Barzagli e Buffon uno dei tre reduci dell’Italia campione del mondo e anche in Germania 10 anni fa un eccesso di esuberanza (vedi la gomitata all’americano Mc Bride) lo tagliò fuori da tutta la fase ad eliminazione diretta e rientrò giusto in tempo per la finale.

Daniele De Rossi è gladiatore per cittadinanza, temperamento e vocazione. Al Colosseo come a Coverciano.

«La gente che si diverte a ironizzare sul 10 assegnato a Thiago Motta – ha detto Capitan Futuro – dovrebbe palleggiare con lui e si renderebbe conto del suo tocco di palla straordinario. È un campione, dal punto di vista tecnico l’unico che merita quella maglia. È un maestro del numero 10, quindi se lo può permettere. Quando c’era da indossare il 10 l’ho preso ma controvoglia. Non la ritengo una cosa importante. Non penso l’abbia scelta Thiago quella maglia, l’ha semmai accettata perché è un ragazzo eccezionale che non crea mai problemi».

Il romanista si schiera apertamente per il compagno che è anche concorrente diretto per il ruolo di metronomo del centrocampo. Ma la rivalità viaggia sui binari secondari rispetto allo spirito da moschettieri preteso da D’Artagnan Conte. Perché è solo con un cuore capace di battere costantemente oltre la soglia che l’Italia può mettere in difficoltà formazioni con tassi di rendimento tecnico decisamente più alti. Spirito Juve insomma e lo ribadisce lo stesso De Rossi anche se essendo romanista la sua dichiarazione sembra quasi dissacrante.

«La Juve ha sempre portato tanti giocatori alla Nazionale, offrendo una grossa spinta e del resto è una delle squadre più importanti del campionato. Il Ct punta tantissimo sulle motivazioni e sul gruppo. È vero che in tanti cercano di percorrere questa strada ma lui arriva a toccare quelle corde come nessuno. È un perfezionista e cura nel dettaglio l’aspetto tattico: ci sono sempre meno giocatori istintivi e avere un allenatore che insegna ai calciatori la tattica e a percepire dove stanno i tuoi compagni, ti aiuta ad aiutare e ad essere aiutato».

È un colonnello del calcio Daniele De Rossi. Ha circumnavigato il mondo del pallone per almeno tre volte, timbrato il cartellino azzurro con 102 presenze ma a livello di club l’unico trasferimento è stato quello dai pulcini dell’Ostia a quelli della Roma. Eppure è salito in corsa sul treno per Montpellier, praticamente escluso ad aprile e poi risalito nelle posizioni della griglia dopo i forfait di Marchisio e Verratti e abile e arruolato solo dopo l’amichevole con la Scozia.

«In passato in Nazionale, magari anche inconsciamente ero certo che anche se avessi fallito un’amichevole, sarei stato dei 23. Ora sono tra i 23, ma non è l’obiettivo è solo il primo passo per raggiungerlo, l’obiettivo è vincere l’Europeo. Prima c’erano anche certe gerarchie. Adesso Conte punta molto sulla condizione atletica e io per gli infortuni che ho avuto in questa stagione potevo essere un punto di domanda e lo ero. Gli altri anni mi concentravo per lavorare sulle partite ufficiali, ora diventa decisiva anche la partitella del giovedì».

E così De Rossi si è rimesso in gioco, lui, le cicatrici e le medaglie di guerra a sudare e lottare anche nelle esercitazioni tattiche e nell’uno contro uno come un ragazzino della Primavera. Ma non poteva finire con un “vengo anch’io no tu no”, la sua avventura azzurra.

«L’Italia è una squadra che può vincere contro chiunque ai prossimi Europei. In questo momento particolare non siamo tra i favoriti ma abbiamo l’orgoglio storico italiano. Siamo una buona squadra, organizzata. È giusto essere consapevoli che potenzialmente possiamo battere ogni avversario. Starà a noi dimostrare agli altri e a noi stessi che possiamo vincere le sette partite che ci dividono dal titolo».

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