Brio: questa Juve in Europa non basta

30 Settembre 2017

«Può rivincere lo scudetto, ma per conquistare la Champions servono più investimenti. Zeman? Bravo solo ad attaccare»

AVEZZANO. Il piccolo Stefano Cerone è in prima fila e con una sciarpa bianconera fra le mani: ascolta incantato le parole di un protagonista del passato. Lui che è nato nell’era di Del Piero e si gode le giocate di Dybala ha saltato i compiti del pomeriggio per l’appuntamento con un pezzo di storia della Juve. Storia che si chiama Sergio Brio, il numero 5, lo stopper temuto dalle caviglie degli attaccanti di mezzo mondo, uno dal cuore bianconero che con quei colori ha stravinto. Brio ha presentato ad Avezzano il suo libro “L’ultimo 5topper”, scritto con Luigia Casertano, il cui ricavato va alla Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro. Accompagnato dall’avezzanese Antonio D’Ambrosio, che con Brio ha giocato nella Primavera Juve, l’appuntamento è stato moderato dal giudice Giuseppe Grieco.
Brio, meglio Platini o Dybala?
«Per quei tempi è meglio Platinì, poi il calcio è cambiato, si è velocizzato, difficile fare un paragone. Platini ha vinto tutto, per adesso Dybala solo scudetti; deve vincere in Europa».
Il Pescara fa bene a puntare su Zeman?
«Zeman è un ottimo allenatore per la fase offensiva, nella fase difensiva è tra i più deboli. Nessuno ha niente da imparare da Zeman, bisognerebbe avere un equilibrio».
I suoi ricordi in Abruzzo?
«A Giulianova quando giocavo con la Pistoiese. Poi Pescara, dove una volta ho fatto un gol a Massimo Piloni».
Il calcio milionario di adesso in quale direzione va?
«Lo svincolo permette di tutto, i procuratori hanno permesso questo. Bisogna adeguarsi, non è più il calcio di una volta. Tutti vivono di ricordi e vorrebbero tornare al passato, ai giocatori che amano le maglie, alle partite allo stesso orario. Un mondo che non esiste più».
Qual è il suo giudizio sulla Juve di questa stagione?
«La vedo bene in Italia, all’estero un po’ meno».
Perché?
«Il gap con le spagnole e le inglesi è notevole. Per vincere la Champions ci vuole altro. La società non può fare solo plusvalenze. Boniperti aveva otto campioni del mondo e comprò Boniek e Platini. La Juve deve tornare a investire, non si può aspettare sempre il saldo».
Dopo l’addio di Bonucci la difesa si è indebolita?
«Alzi la mano chi rifiuterebbe 10 milioni (in realtà sono 8, ndr) a stagione. Ma Bonucci ha sbagliato ad andare sotto alla curva della Juve e giurare amore a vita. I tifosi non vanno presi in giro. Bravo coi piedi, non bravissimo a marcare: il tempo è galantuomo e vedremo chi è Bonucci».
Rugani sarà il suo erede?
«Troppo bello da vedere».
Esiste lo stile Juve?
«Lo stile lo devi avere tu che giochi. È una società abituata a vincere. Quando arrivi sai che il tuo precedessore ha fatto una grande carriera e ti chiedi se sarai in grado. La differenza è nella personalità dei giocatori, nel superare i momenti difficili».
Calciopoli.
«Brutta storia, gestita male. Probabilmente, con l’avvocato Gianni Agnelli non sarebbe mai successa».
E che idea si è fatto della vicenda dei rapporti tra una parte dei tifosi e la ’ndrangheta?
«Non la conosco, aspetterei a dare giudizi».
L’attaccante più forte che ha affrontato?
«Van Basten: bravo di testa, di destro, di sinistro, immarcabile».
La pagina più buia?
«La notte dell’Heysel, ma quella gara andava giocata».
E la più bella?
«Tokyo e la prima Intercontinentale, ero sfinito e Trapattoni mi convinse a calciare il primo rigore. Quel rigore in mondovisione cambiò la mia vita, mi diede autostima».
Il rimpianto è la Nazionale?
«Dicono tutti così. Ma no, non ho rimpianti. Ho anteposto gli interessi della Juve ai miei. La Juve mi ha fatto stare bene, ho vinto tutto quello che c’era da vincere. So accontentarmi».
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