Buffa racconta il destino: «Amo la storia di Grosso»

21 Novembre 2019

Un viaggio tra Baggio, il Grande Torino e gli abruzzesi illustri dello sport

AVEZZANO. La vita può cambiare quando la sorte ci mette davanti a un bivio, con una porta rossa o una porta nera da aprire per proseguire nel cammino. E se quel passo verso il destino lo descrive uno straordinario narratore come Federico Buffa, uno dei più grandi giornalisti e telecronisti italiani, allora la storia ha un incedere dove ogni attimo diventa palpitante eccitazione. Buffa, 60 anni, grande storyteller di Sky, martedì 26 porta al Teatro dei Marsi di Avezzano le sue riflessioni con “Il rigore che non c’era”. Un viaggio su un destino che avrebbe potuto essere diverso, tra esistenze e sliding doors. Non si tratta solo di storie a sfondo sportivo. Buffa racconta, con leggerezza, di persone che hanno scelto, prima che l’arbitro fischiasse un immaginario rigore: di Garrincha e il Loco Housemann che svendono la loro vita scintillante a una bottiglia, di Mandela che resiste 27 anni in carcere, di Billie Holiday che canta “Strange fruits” negli Stati del Sud, di Lebron James o di Colin Kaepernick che cantano della stessa cosa sui rispettivi campi da gioco.
Perché “Il rigore che non c’era”?
«È una riflessione sul destino: a un certo punto di una qualsiasi partita, un qualunque arbitro decide di fischiare un rigore, giusto o sbagliato, vero o falso. In quel momento cambia la vita. Ma il vero protagonista è Marco Caronna che l’ha scritto, lo dirige, lo canta e lo suona. Ha voluto immaginare una storia... cosa sarebbe successo se. Così entro nella logica controfattuale, chiudendo con un monologo sul Perù e un altro sulla luna».
Dalla televisione al teatro. C’è un motivo?
«In tv non ho smesso (ride, ndr). A Natale esce su Sky la storia di Gigi Riva. Il teatro mi è stato proposto anni fa ed era il sogno della mia vita, pur non sapendolo fare, mi sono messo in gioco».
Una scelta cambia la vita, nelle storie ci sono tanti se… quale quello che ha cambiato la sua?
«Avrei dovuto andare a vivere in Oriente dalla mia compagna giapponese. Facevo storie di basket con “Nba dei vostri padri”, raccontavo storie del passato. Il direttore di Sky ne ha vista una e ha detto: “Perché non ne fai anche per noi?”. Ho iniziato con l’infanzia di Maradona. E da lì un effetto slavina».
Il rigore di Roberto Baggio in Usa ‘94. Come se lo immagina un altro finale di questa storia?
«Mettiamo già dentro quello di Baresi, che cambiava l’aspetto psicologico. Questa è la realtà controfattuale che porto in teatro, dov’è richiesta fantasia: cosa sarebbe successo se nel ‘40 Churchill avesse fatto un patto con Hitler o se Hitler avesse deciso di uccidere Von Braun, con gli americani che non sarebbero andati sulla luna. Cosa sarebbe successo se... Torniamo a Baggio. Immagino dei rigori a oltranza. Ma avremmo perso lo stesso, i nostri erano più stanchi».
Qual è la storia alla quale è più affezionato?
«Da un punto di vista dell’importanza quella su Muhammad Ali, da un punto di vista affettivo quella sul Grande Torino».
Conosce l’Abruzzo?
«Sono stato tante volte a Pescara al tempo dell’A2 di basket dove c’era il mio amico Marcello Perazzetti. Ho capito solo quando sono arrivato cos’era l’Asse attrezzato, pensavo di dover trovare una scala a pioli, perché i pescaresi danno per scontato che gli altri lo sappiano».
Rocky Marciano, Vito Taccone, Fabio Grosso, Bruno Sammartino: sportivi abruzzesi illustri. Quale storia le piacerebbe raccontare?
«Fabio Grosso l’ho chiamato recentemente, per una consulenza su Gigi Riva, ed è una persona che apprezzo tantissimo. Rocky Marciano è indubbiamente il più grande italiano d’America. Ma Fabio ci ha fatto vincere il Mondiale dopo una storia meravigliosa, una storia che fai fatica a scrivere, figurati a vivere».
Lei nasce con il basket. Le dice niente Stefano Mancinelli di Chieti? Uno che a 36 anni gioca ancora, quasi un intramontabile. Sarebbe una storia da raccontare?
«Non mi sorprende la carriera di Stefano, lo conosco troppo bene, mi sono divertito spesso con lui e lo ammiro. Ma no, meglio essere un po’ distaccati per raccontare le storie».
L’Abruzzo è terra di allenatori: D’Aversa, Di Francesco, Giampaolo, Grosso, Oddo, Zauri. Quali tra questi è il più innovativo?
«Giampaolo, a suo modo, sarebbe un allenatore innovativo, di grande interesse. Ma ci vuole una situazione adatta a lui, perché è un allenatore meticoloso che vuole che i suoi calciatori imparino, lui vuole insegnare».
Aldo Grasso dice di lei che è capace di fare vera cultura. Si riconosce nella definizione?
«È troppo gentile con me».
Calcio o basket: quale sport si avvicina di più alla parabola della vita?
Nel basket c’è meno casualità, il calcio è più parabola di vita».
©RIPRODUZIONE RISERVATA