Caldo, fila e disagi: Pescara freme per la finale

Tanti tifosi in coda per assicurarsi il prezioso tagliando, gli abbonati si lamentano: noi non tutelati
PESCARA. Chi ha più di un capello bianco in testa inganna l’attesa raccontando ai più giovani degli anni d’oro del Pescara di Galeone o di quella trasferta a Bologna il 1° luglio 1979 quando in 40mila pescaresi invasero il Dall’Ara per lo spareggio contro il Monza valido per la promozione in serie A. Oggi, a distanza di tre anni dall’ultima finale play off, in città è di nuovo febbre da massima serie.
La corsa ad accaparrarsi il biglietto per la partita Pescara-Bologna di domani sera all’Adriatico è cominciata fin dalle 9 del mattino, orario stabilito per il via libera alle vendite, anche se davanti allo store in piazza Salotto la fila ha iniziato a ingrossarsi già dalle 8.
Gli abbonati storici reclamano il diritto di prelazione rispetto ai tifosi occasionali che hanno preso a sgomitare pur di non perdersi lo spettacolo della finale. Le donne tengono per mano gli anziani, come Patrizia con sua madre Maria Luisa Passolunghi, 80 anni e una passione sfrenata per i colori biancazzurri che non si ferma nemmeno di fronte agli acciacchi dell’età. I ragazzi scalpitano per un posto in curva, mentre i teenager più accaniti sfoggiano il delfino con il simbolo del Pescara sul braccio tatuato. I cori e le ola si alzano e su tutti il nome del mister Oddo risuona nei discorsi che sanno di serie A. «Sono un polentone», dice sottovoce Gualtiero Agnelli, 60 anni di Villanova, «mi sono trasferito da Milano nel 1966 e dall’anno successivo in poi ho sempre fatto l’abbonamento per il Pescara. Il calcio per me è una droga, mia moglie lo sa e non è gelosa. Sinceramente mi sarei aspettato un po’ di rispetto per chi va allo stadio tutto l’anno, invece noi abbonati non abbiamo avuto nessuna agevolazione. Nemmeno uno sportello ci hanno riservato, ma ci siamo dovuti mettere in fila con pazienza come tutti gli altri per non perdere il posto». L’entusiasmo di Samuele Vadini, 38 anni di Cepagatti, e Federico Di Muzio, 17 anni di Caprara, alla sua prima stagione in curva, non si spegne dopo 4 ore abbondanti di fila: «Per come si era messa non ce lo aspettavamo di giocarci il passaggio in serie A», evidenziano, «se vinciamo questa partita ci troveremo di nuovo qui a fare la fila». «Per me la finale vera sarà venerdì», sottolinea Piero Caruso, un altro abbonato storico reduce da centinaia di trasferte in giro per l’Italia, «sono ottimista perché questa squadra è più forte di quella di Zeman dove c’erano solo individualità. L’ho detto subito dopo la sconfitta col Carpi e lo confermo ora». Il calcio per molti è un momento di evasione dai problemi quotidiani, per tanti altri come Lelio De Cesaris di Spoltore è “una ragione di vita”. «In questo periodo di crisi profonda almeno ti consoli con il pallone e ti dimentichi per 90 minuti i pagamenti e tutti i dispiaceri», rimarca Marco Gaeta, «il nuovo allenatore ha saputo toccare le corde giuste: la serie A è un traguardo importantissimo». «Nel 1979 stavamo tutti a Bologna», ricorda Massimo Masciarelli, «avevamo riempito tre treni di tifosi: si era trasferita una città intera. Quest’anno purtroppo la finale si giocherà in un giorno feriale. Non potremo essere presenti sugli spalti, ma ci saremo con il cuore».
Ylenia Gifuni
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