CASO MUNTARI, COSÌ LA FIGC ESCE DAL VICOLO CIECO

7 Maggio 2017

Il caso Muntari aveva assunto dimensioni troppo scomode per la federazione. Imbarazzanti e fastidiose agli occhi del mondo. Vertici federali accerchiati tra lo sdegno dell’opinione pubblica, gli...

Il caso Muntari aveva assunto dimensioni troppo scomode per la federazione. Imbarazzanti e fastidiose agli occhi del mondo. Vertici federali accerchiati tra lo sdegno dell’opinione pubblica, gli interventi dei mass media internazionali e dell’Onu. Oltre a un problema politico sollevato dal Console ghanese in Italia. Poteva passare il messaggio di un calciatore di colore punito perché si lamentava dei buu razzisti? No che non poteva. Tanto più per un presidente della Figc, Carlo Tavecchio, sospeso per sei mesi dall’Uefa per il famoso caso Opti Pobà. A livello internazionale la lotta contro il razzismo è un argomento sensibile, forse più che in Italia. E la Figc, con l’ingresso di Uva nell’Uefa e della Christillin nel consiglio Fifa, si sta riaccreditando oltreconfine dove l’immagine del calcio italiano sarebbe stata macchiata dal caso Muntari. Da qui, il dietrofront sollecitato dagli stessi vertici federali oltre che dal presidente del Coni, Malagò. La stessa procedura che ha portato all’annullamento della squalifica è insolita. Il Pescara, ad esempio, non era a conoscenza del ricorso (quantomeno strano!), firmato da Sulley Muntari e preparato dall’Aic (Associazione italiana calciatori). Anche perché il ricorso contro la squalifica di una giornata è previsto per altri casi. Però, dal momento che la Corte d’appello sportiva era stata già convocata, ecco che in via eccezionale è stato inserito all’ordine del giorno anche il caso Muntari con un esito già scritto, ovviamente. Un esito che è servito anche ad alleggerire la posizione dell’arbitro Minelli di Varese, preso di mira dopo il comportamento tenuto domenica scorsa a Cagliari. E poco importa che i vertici arbitrali abbiano maldigerito l’evoluzione della vicenda.
Il caso Muntari stava diventando ingovernabile sul piano dell’immagine. E così Tavecchio ci ha messo una pezza. Ha vinto il buon senso, a costo di forzare le procedure federali.