Chiappucci: ci prova soltanto Nibali

4 Giugno 2019

Il Diablo: in Italia c’è poco oltre lo Squalo, manca continuità  

VERONA. A lui bastava guardare negli occhi il navarro Miguel Indurain per accendersi e attaccare. Non erano allunghi, ma rasoiate: faceva il diavolo a quattro in salita e in discesa. Attaccava, attaccava e attaccava. A Claudio Chiappucci venne presto affibbiato il soprannome di 'Diablo’ e lui se ne compiace anche oggi che non ha più avversari da combattere, ma solo ricordi da rispolverare. Il Giro d'Italia 102, che domenica è stato consegnato alla storia, gli è piaciuto solo un po’, o forse nemmeno quello perché «oltre Nibali, non si è visto granché». Tanto poco, a cominciare dagli italiani, sempre meno specializzati nelle corse a tappe. «Questi ragazzi», attacca Chiappucci, come se si trovasse sull'Alpe d'Huez, «non riescono a emergere. E sapete perché? Manca loro la continuità. Magari emergono, si fanno notare, vincono qualche tappa, ma non riescono a reggere la pressione. Per loro è una cosa difficile da gestire, pertanto non riescono a essere dei leader».
Dunque, il buio oltre Nibali. Vero, 'Diablo’? «Aru resta il più accreditato», ammette Chiappucci, «ma bisogna vedere, quando rientra, in che condizioni sarà».
E Giulio Ciccone? Che ne pensa, Claudio Chiappucci, dell'abruzzese che ha vinto la classifica del Gp della montagna? «Correre come ha corso Ciccone, libero e tranquillo, non è semplice e non te lo fanno fare se sei in una posizione di vertice della classifica generale. Un conto è andare in fuga da 100°, un conto è fare classifica. Abbiamo visto Roglic: anche lui ha pagato, perché altrimenti avrebbe potuto vincere almeno una tappa».
Ma che Giro d'Italia è stato? Bello? Avvincente? Combattuto? Incerto? «Veloce», spara Chiappucci. «Soprattutto all'inizio abbiamo assistito a tante tappe-fotocopia, caratterizzate da fughe e immobilismo da parte di chi puntava al primato. E in fuga andavano praticamente sempre gli stessi. Per fare classifica bisogna attaccare sul serio e sapere staccare gli avversari. Lo scattino non è un'azione importante e in troppi hanno corso di rimessa. Onore a Nibali, che ci ha sempre provato. Lo 'Squalo’, però, ha trovato sulla propria strada una grande Movistar, che si è saputa muovere. L'Astana? Bella squadra fino a un certo punto. C'è stata tanta velocità, salite a tutta e alla fine possiamo dire che Carapaz ha disputato un grande Giro, puntando tutto su una tappa: fuga a Courmayeur ed è arrivato».
A Nibali si può contestare di avere attaccato sul Mortirolo, spremendosi. O no? «Ci sono cose che si possono valutare solo in corsa: sul Mortirolo ha pensato che poteva andare ed è andato. Segno che se la sentiva. Però, rispetto ad altre volte, non gli ho visto fare dei numeri in discesa: mi aspettavo di più sulla picchiata del Mortirolo, la strada era bagnata e lui va forte in quelle condizioni. Forse, chissà, l'età comincia farsi sentire. Ci sono piccole cose che cambiano, ma ci sono. L'ho provato anch'io. La discesa per Nibali poteva essere campo di battaglia. Però, va detto che è l'unico ad averci provato».
'Diablo’ e 'Diablito’, Chiappucci e Carapaz, stessa faccia, stesso modo di andare in bici. «Anche il suo modo di correre un po’ mi somiglia, è vero, ma io in Ecuador non ci sono mai stato. Già l'anno scorso lo avevano accostato a me».
Il giro 2020. La 103ª edizione del Giro d'Italia tornerà a varcare i confini italiani, spiccando il volo da Budapest. Per la 14ª volta nella storia la corsa rosa scatterà lontano dai confini nazionali, restando in Ungheria per ben tre tappe prima del giorno di riposo. L'approdo in Italia avverrà dalla Sicilia, come l'anno scorso, quando il Giro partì da Gerusalemme e si snodò per le strade di Israele.
Adolfo Fantaccini