Chieti, al via il torneo tricolore con l’oro olimpico Galiazzo

Il Robin Hood d’Italia: non sono qui per vincere il titolo ma voglio preparare al meglio il Mondiale e i Giochi di Rio
CHIETI. La prima volta che ha preso in mano un arco aveva 13 anni. E da quel momento non lo ha più lasciato. Marco Galiazzo, 31 anni, padovano, è diventato il Robin Hood più famoso d’Italia. Tre medaglie olimpiche (due ori e un argento), un oro ai campionati mondiali indoor e quattro agli Europei. È l’arciere dell’Aeronautica Militare il più atteso al 53° campionato italiano di tiro alla targa che andrà in scena a Chieti da oggi fino a domenica.
Oltre 700 le presenze tra atleti e tecnici. Oggi e domani allo stadio di baseball, domenica lungo corso Marrucino per le finali, che assegneranno il titolo italiano detenuto da Mauro Nespoli.
A Chieti per vincere?
«No, il mio obiettivo è tirare e preparami ai Mondiali del prossimo anno, dove ci giocheremo la qualificazione alle Olimpiadi di Rio. Non mi interessa vincere il tricolore, per me è solo un allenamento».
Come nasce la passione per l’arco?
«Un po’ per caso, anzi diciamo che tutto è iniziato con un regalo. Quando avevo 13 anni, mio zio mi ha regalato un arco. Mi è subito piaciuto e non l’ho più lasciato. Il calcio? Non mi ha mai appassionato, ma da piccolo lo praticavo, giusto per fare un po’ di attività fisica. Piuttosto preferisco i motori».
Cosa l’ha più affascinata del tiro con l’arco?
«Sfidare se stessi e i propri limiti: questa è una cosa che mi ha subito colpito perché aiuta a conoscerti in profondità. In questo sport devi contare solo su te stesso e il tuo arco».
Cosa serve per effettuare un buon tiro?
«Concentrazione, equilibrio, ripetitività, carattere. E tanta voglia di allenarsi».
Che allenamento svolge?
«Mi alleno tutti i giorni. Faccio due ore di tiro con l’arco e poi attività fisica in palestra».
Lei ha vinto una medaglia d’oro individuale alle Olimpiadi di Atene 2004 e un’altra a squadre a Londra 2012. Che ricordi ha di quelle esperienze?
«Fantastici. È stato tutto molto bello. Ad Atene è stata la mia prima Olimpiade. Avevo 21 anni e non mi rendevo conto di quello che avevo fatto. A Londra è stata una vittoria di gruppo. Ero sicuro che Michele Frangilli avrebbe scoccato la freccia vincente e così è stato».
Dopo le medaglie olimpiche, si aspettava più notorietà?
«No, speravo solo che servissero per dare più visibilità a questo sport».
Che, invece, è ancora poco conosciuto. Come rendere il tiro con l’arco uno sport popolare?
«Servirebbero gli sponsor: se non ci sono, le tv non si avvicinano. Funziona così, in tutti gli sport».
Dove conserva le medaglie olimpiche?
«In una cornice appesa nel salotto».
Meglio gareggiare da soli o in squadra?
«Nelle gare individuali è più difficile perché devi fare affidamento solo su te stesso. In una squadra puoi contare anche sugli altri, ma è fondamentale l’affiatamento».
Giammarco Giardini
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