Chieti, neanche un piatto di pasta da chi prometteva milioni

Il contrasto si vede senza alzare la voce: da una parte ragazzi con le tasche vuote che cercano punti, dall’altra una dirigenza che accumula promesse, senza garantire neppure l’essenziale
CHIETI. La dignità calpestata, nel Chieti di questi mesi, non ha bisogno di grandi immagini. Basta la scena più semplice: calciatori senza stipendi da tempo, poche decine di euro consegnate a testa come soluzione provvisoria e una famiglia che apre la porta di casa per consentire loro di mettere insieme pranzo e cena. Dopo annunci, promesse e parole grosse, l’ultima misura della crisi è un piatto di pasta.
Non è solo una questione di soldi, che mancano. È il rapporto tra una società e i propri tesserati, tra chi scende in campo ogni domenica e chi dovrebbe garantire il minimo. Il Chieti del patron Altair D’Arcangelo, ormai sparito dalla scena, e del presidente Gianni Di Labio, molto meno loquace dopo mesi di ospitate televisive e microfoni cercati con entusiasmo, è arrivato qui: a una squadra che continua ad allenarsi mentre l’ordinario diventa un lusso.
La parte meno rumorosa è forse la più seria. I calciatori, con una salvezza da inseguire in Serie D, provano a tenere insieme lavoro, gruppo, maglia e dignità. Restare in categoria avrebbe il peso di una promozione. Il contrasto si vede senza alzare la voce: da una parte ragazzi con le tasche vuote che cercano punti, dall’altra una dirigenza che accumula promesse, senza garantire neppure l’essenziale. La sequenza era già abbastanza lunga: autobus pignorato, incassi bloccati al botteghino, colletta organizzata dai calciatori, gas staccato allo stadio per bollette non saldate, accordi con la federazione per chiudere vicende legali saltati per 500 euro.
Ma non ditelo a Di Labio, perché nella narrazione societaria anche il mancato pagamento può diventare strategia. Ogni episodio sembrava il fondo. Poi ne arrivava un altro, più piccolo nella cifra, più grande nell’imbarazzo. La sproporzione è tutta qui. Per mesi si è parlato di stadi, cittadelle dello sport, progetti da milioni di euro, passaggi societari annunciati e mai concretizzati. Si sono affacciati interlocutori presentati come soluzioni, collegati da migliaia di chilometri, in canottiera, con alle spalle muri segnati dalla muffa (a volte i dettagli spiegano meglio dei comunicati).
Intanto la comunicazione correva. I social servivano a presidiare ogni critica, a trattare il dissenso come un fastidio. D’Arcangelo, con un passato burrascoso e un presente segnato da inchieste giudiziarie tra Bologna e Milano per bancarotte e frodi fiscali, interveniva per replicare a chi metteva in discussione il suo castello di annunci. Era la stagione delle risposte immediate, delle promesse rilanciate, della sicurezza ostentata. Ora quel rumore si è abbassato. D’Arcangelo è sparito anche dai social, con i profili cancellati da Facebook e Instagram.
Ogni tanto lo si vede in città, ma ben lontano dallo stadio Angelini, dove il suo passaggio resterà associato meno ai risultati e più alle apparizioni, prima delle partite, di qualche volto dello spettacolo ormai lontano dai salotti televisivi principali. Resta l’ultima promessa: la società provvederà a rimborsare almeno una parte delle spese sostenute dalla famiglia che sta aiutando i calciatori. È una promessa più piccola di uno stadio e più urgente di una cittadella dello sport. Anche per questo, stavolta, sarebbe meglio mantenerla: perché dopo tanti milioni raccontati, il Chieti è arrivato al conto più semplice, un pranzo offerto da altri.
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