Coda e la sfortuna, il peggio è alle spalle: «Pescara, non mollo»

Il difensore falcidiato dagli infortuni: «Sono ancora qui grazie ai miei bimbi e alla pesca». Cerri: vorrei restare
PESCARA. Si aspettava un campionato diverso Andrea Coda, per se stesso e per il Pescara. Invece no. Ancora una volta il suo rendimento è stato falcidiato dagli infortuni, a partire dalla botta al costato già nella gara d'esordio contro il Napoli, fino ad arrivare ai problemi alla caviglia e al bicipite femorale. Guai fisici che hanno accompagnato il difensore di Massa Carrara fin dal suo arrivo a Pescara nel gennaio 2016, riducendo sensibilmente le apparizioni sul campo. Appena 12 in A: «Sono ormai sei anni che lotto contro la sfortuna. Ma non mollo. La scorsa stagione, in blucerchiato, mi sono rotto il crociato alla seconda di campionato contro il Napoli, un infortunio che spesso richiede più di un anno per il completo recupero. Sono tornato in campo 3 mesi e 16 giorni dopo, in Sampdoria-Palermo. Ma lo sforzo fatto per recuperare in fretta l'ho pagato con lo strappo rimediato appena arrivato al Pescara».
Ad ascoltarlo snocciolare come numeri, una dopo l'altra, la lunga lista delle sue disavventure viene da perdersi. E in maniera quasi spontanea ci si chiede: dove si trova la forza per reagire, quella che ti porta ad andare avanti? «Nella famiglia e nella volontà», risponde serafico, quasi non stesse parlando di sè. «Non ho mai pensato di smettere, ma di momenti bui ne ho passati parecchi. La pesca è il mio hobby preferito, appena ho del tempo libero mi piace andare in mare, magari con i miei bimbi, per rilassarmi. Eppure ci sono stati dei frangenti in cui avevo smarrito anche questa voglia».
Poi recuperata evidentemente, così come quella di correre in mezzo al campo. Perché nonostante la sfortuna, il desiderio di continuare l'ha sempre guidato: «Assolutamente. Il giorno in cui non sentirò più la tensione ribollire nello stomaco sarò io a prendere le scarpette e attaccarle al chiodo. Qualche tempo fa ascoltavo Maldini raccontare che a 40anni sentiva le partite più che a 20. Oggi penso di aver capito di cosa parlasse».
Martedì spegnerà 32 candeline, un'età che dovrebbe garantirgli ancora qualche anno a buoni livelli. Il suo contratto con il Pescara scade a giugno 2018 e lui sembra intenzionato a volerlo rispettare: «Come prima cosa pensiamo a finire nel modo migliore questo campionato, per esempio provando a non arrivare ultimi. E nemmeno penultimi. Questa piazza non merita la situazione che si è creata. Ve lo dice uno che ha fatto due preliminari di Champions con l'Udinese e l'Europa League: l'amore è la passione che ho visto qui difficilmente si trova. Per il futuro mi auguro di rimanere. Io sto bene, la mia famiglia anche, con il mister ho un ottimo rapporto», continua l’ex Samp, «penso che si possa far bene anche in caso di serie B».
E aggiunge: «Non ritengo il nostro organico inferiore a quello di Crotone, Empoli o Palermo. Penso che diversi giocatori di questo Pescara faranno parecchi anni di serie A. Purtroppo troppe cose sono andate per il verso storto, ma per le potenzialità che ha questa città credo che se avrà la fortuna di tornare in A, e salvarsi il primo anno, poi gli scenari possano cambiare».
A riprendere il tema della della sfortuna è Alberto Cerri, arrivato a gennaio, esploso nell'illusorio 5-0 sul Genoa, senza poi riuscire a ripetersi. Un po' come tutta la squadra: «Una chiave di lettura può arrivare dagli scontri diretti. Per un motivo o per l'altro non siamo riusciti a vincerne neanche uno e questo ha fatto la differenza in negativo».
A Pescara è in prestito, il suo cartellino è di proprietà della Juventus, ma per un giovane come lui lavorare ancora un anno con un maestro del calibro di Zeman potrebbe essere occasione di riscatto: «Penso di avere le qualità per potermi adattare al gioco del mister, ma il mio futuro non dipende da me. Sarà la società a decidere».
Adriano De Stephanis
©RIPRODUZIONE RISERVATA

