Corso: Herrera mi soffriva ma ero il cocco di Moratti

I ricordi del mago delle punizioni infiammano il popolo nerazzurro
ALANNO. L’Inter compie 110 anni ed il club “Alanno Nerazzurra” confeziona una serata memorabile proponendo, nei locali del ristorante Pallant, una interessante "Storia della Coppa Campioni" cucita attorno alla persona di Mario Corso, autentica icona di quella squadra che, a metà degli anni Sessanta, dominò la scena calcistica internazionale. Il fascino della Milano del miracolo economico, che al tempo scrisse nel mondo del pallone, anche sulla opposta sponda milanista, pagine di grande spessore, si concretizza attorno alle spalle che indossarono quella famosa maglia numero 11 e sicuramente può bastare per esaltare la platea dai capelli brizzolati e riempire d’orgoglio anche le nuove leve di tifosi, quelle che si sono formate e infoltite attorno al mito di Ronaldo oppure alla magica notte di Madrid nel 2010 quando l’Inter del Triplete, guidata da Josè Mourinho, trionfò in Champions League.
L’Inter club di Alanno. Legittima soddisfazione nelle parole del presidente del club Gaetano Di Giandomenico: «Dopo due anni di attività contiamo su circa 160 soci e continuiamo a organizzare dei simpatici momenti di aggregazione come questo. Ora ci stiamo preparando per una trasferta a San Siro in occasione di Inter-Juve in programma a fine aprile».
Corso e Herrera. Sullo schermo scorrono intanto le immagini partendo da quelle, magari un po’ sfuocate e in bianco e nero, di cinquant’anni fa. Modalità nostalgia, una leggenda che cominciava, come una filastrocca, con quel "Sarti, Burgnich, Facchetti....." ed assumeva una sorta di dimensione trascendente attraverso la presenza in panchina di Helenio Herrera, per tutti “il mago”. Un tecnico con il quale Mario Corso, in verità, non aveva un rapporto proprio idilliaco. «Soffriva terribilmente i giocatori di una certa personalità», commenta sorridendo, «e ogni anno voleva cedermi. Ma il presidente Angelo Moratti mi aveva in grandissima considerazione e, puntualmente, lasciava cadere l’argomento».
Più volte a Chieti in occasione del Premio Giuseppe Prisco, dedicato alla memoria dello storico, appassionato ed arguto vicepresidente dell’Inter, di Corso si ricordano soprattutto i micidiali calci piazzati. Le punizioni a foglia morta dalla traiettoria imprevedibile calibrate da un piede sinistro vellutato che finì per ispirare anche un bellissimo libro di Edmondo Berselli dal titolo "Il più mancino dei tiri". E’ il momento delle foto, degli autografi, delle dediche e delle sciarpe, sale con compostezza, ma crescente partecipazione l’affetto di tanti tifosi nerazzurri arrivati anche da diversi centri vicini. «Ho conosciuto l’Abruzzo proprio grazie al Premio Prisco, una manifestazione davvero prestigiosa, sempre piena di personaggi di spessore e che si svolge, peraltro, all’interno di un teatro bellissimo come il Marrucino. Tornerò anche quest’anno». Calzettoni arrotolati in omaggio a Omar Sivori, suo idolo giovanile, un dinamismo magari non ai massimi livelli, ma una tecnica sopraffina alla quale ha fatto riferimento il tecnico nerazzurro Luciano Spalletti quando giorni fa lo stesso Corso gli ha chiesto di poter vedere presto di nuovo un triangolino tricolore sulle maglie della squadra, ha replicato: «Lo aspetto sul campo. Se magari riuscisse ad insegnare la sua tecnica nello stretto…». Vale la pena di soffermarsi sulla eventualità disponibilità della storica maglia numero 11. «Ringrazio Spalletti, ma sono davvero troppo vecchio. E, poi, il calcio di adesso è molto diverso da quello dei miei tempi. In generale, e non lo scopro certo io, c’è più atletismo e, magari, meno tecnica. Un calcio diverso, insomma».
Ancora ricordi. Dall’Inter di Herrera a quella che, diversi anni dopo, nel campionato ’70-71, trascinata dai gol di Roberto Boninsegna, beffò il Milan dopo una strepitosa rimonta. «Allora i punti per una vittoria erano due e ne rimontammo ben sette ai rossoneri», continua Corso, 76 anni, «chiudendo la rincorsa in un derby finito 2-0 nel quale segnai un gol su punizione a Cudicini. Fu chiamato per anni il "derby del sorpasso" e per noi arrivò l’undicesimo scudetto».
Momento sicuramente un po’ delicato, quello attuale, per una Inter che pure aveva ben impressionato in avvio di stagione. Proprietà cinese e presidente sempre l’indonesiano Erick Thohir, subentrato a suo tempo a Massimo Moratti. «Non conosco le intenzioni del presidente», spiega ancora quello che fu definito "il piede sinistro di Dio", «circa una eventuale vendita delle quote ancora in suo possesso. Intanto c’è da chiudere la stagione sul campo nel migliore dei modi».
La lotteria. Arriva anche l’imprenditore Marcello Zaccagnini, interista doc, che ha raccolto l’eredità del generale Corinto Zocchi come coordinatore del Premio Prisco e si va avanti verso una lotteria con in palio, tra l’altro, le maglie di Skriniar e Icardi. Ancora filmati, mentre si commenta il sorteggio di Champions League. «Juventus e Roma non sono state molto fortunate ed è difficile dire se affrontare una grande squadra in una gara secca o con l’andata e ritorno sia meglio o peggio. Ricordo che a noi toccò ribaltare un 3-1 subìto a Liverpol in una serata memorabile a San Siro. A volte è meglio giocare in casa all’andata, altre volte no». Mario Corso non si sbilancia, dunque, mentre il popolo interista non lascia trapelare, almeno in maniera evidente, particolari stati d’animo verso i colori bianconeri. Ancora applausi, qualche coro, tanti auguri all’Inter e 110 e lode ai tifosi di Alanno.
Giuseppe Rendine
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

