D’Ainzara: un gol a San Siro e la mia vita è cambiata

«Nel 1992 segnai al Milan, ma la rete più bella la feci al Foggia di Zeman»
VASTO. Erano gli anni Novanta, mitici e ruggenti. E la serie A era ancora l'Eldorado del calcio, il campionato più bello. Fiorenzo D'Ainzara era un calciatore guizzante, riccioluto e promettente. La sua stagione di gloria è stata quella del 1991-1992, ad Ascoli. In serie A: tre gol e un campionato da protagonista, nonostante la retrocessione dei bianconeri. Oggi, invece, D'Ainzara ha appena compito 42 anni, i riccioli sono scomparsi e la testa è diventata pelata. Lui è un po' più rotondo, ma la passione per il calcio non è tramontata. Nella passata stagione ha vestito la maglia del Real Tigre, in Promozione, e si diverte ancora oggi con il calciotto. Tutto sinistro D'Ainzara, un trequartista puro che però nel tempo è stato adattato al ruolo di seconda punta prima e di esterno d'attacco poi. Ha segnato tre gol in serie A, uno al Milan di Capello il 26 gennaio del 1992.
D'Ainzara, a distanza di oltre venti anni che cosa ricorda di quella stagione?
«Tutto, o quasi. E' stato l'anno in cui ho coronato il sogno da bambino, quello di giocare in serie A».
Era un talento D'Ainzara, nel 1991.
«Avevo 19 anni e Agroppi mi aveva fatto esordire in serie A, con la maglia dell'Ascoli, due anni prima (stagione 1989-90, ultima giornata Ascoli-Lecce 0-2). Quell’anno, in panchina c'era De Sisti, nelle prime cinque giornate la squadra andava male. E allora spazio ai giovani: fu la mia fortuna. Giocavo seconda punta al fianco di Giordano, Bierhoff e Maniero. Toccavo il cielo con un dito visto che Bruno Giordano era il mio idolo. Vivevo la vita che sembrava un sogno».
Tre gol in A, il più famoso al Milan.
«Lorieri e Giordano me lo dicevano: "Se fai gol a San Siro, tutti si ricorderanno di te". E a distanza di 20 anni sono ancora qui a parlare di quella rete».
Come andò?
«Il Milan perse una palla a centrocampo, una delle poche di tutta la partita. Troglio la intercettò e mi lanciò in profondità: diagonale di sinistro e gol sul secondo palo. Uno spettacolo, tutti parlavano di me».
E le altre due reti?
«Una a Firenze dove vincemmo 2-1. Prima segnò Troglio e poi raddoppiai io in contropiede. L'altra, secondo me il più bello, lo realizzai al Del Duca contro il Foggia di Zeman. Segnò Bierhoff e poi io raddoppiai da centrocampo: il portiere Rosin uscì colpendo di testa la palla fuori dall'area e io, poco dopo il cerchio di centrocampo, di sinistro ovviamente, lo infilai».
Che cosa non ha funzionato nella sua carriera?
«Dopo la stagione di grazia 1991-1992 retrocedemmo in B. E alla seconda giornata mi feci male. Ero in rampa di lancio, fresco di convocazione in under 20. Sembrava che tutti mi volessero e, invece, maledetta quella partita contro la Spal. Perdevamo 1-0, entrai a 15' dalla fine. Feci un'entrata su Paramatti, al 92’, ma i tacchetti restarono piantati per terra e mi procurai la frattura composta del perone. Addio sogni di gloria».
Poi, tanta serie C.
«Andai a Sora, in C1, 11 gol. Ma una mazzata alle mie ambizioni arrivò nel 1996 quando il mio Gualdo fu eliminato alle semifinali play off per la B dal Castel di Sangro con un gol di D'Angelo a tempo scaduto. Fu una bella botta».
Qual è l'allenatore con cui ha avuto più feeling?
«Stefano Di Chiara. Ci siamo conosciuti a Siena. Io ero fuori squadra con Adriano Buffoni e quando arrivò mi rilanciò. Mi faceva giocare da trequartista, nel mio ruolo. Anche a Taranto e a Pistoia. A Legnano, invece, mi schierava da metodista davanti alla difesa».
Lei è stato ad Ascoli con Costantino Rozzi e ad Avellino con Sibilia.
«Grandi presidenti di un tempo. Rozzi per me è stato come un secondo padre. Io ero giovane e lui stravedeva per me. E poi era uno che vedeva oltre, nel calcio stava davanti anni luce. Sibilia, invece, era il classico uomo d'onore, bastava uno sguardo per intendersi. Una volta, era la stagione 1996-97, dovevamo giocare in casa contro l'Avezzano, era C1. La domenica mattina mi chiamò: "Oggi se segni ti regalo un bel vestito". Feci gol e tornai a Vasto. Il martedì mattina mi chiamò al telefono: "Vieni che andiamo a prendere il vestito". Ne scelsi uno che costava 800mila lire».
Con quale allenatore ha litigato?
«Angelo Orazi, ad Ascoli. Io ero un ragazzino, ero a mangiare una pizza il venerdì sera a San Benedetto del Tronto con la mia fidanzata. Mi vide e mi mise fuori squadra. Qualche diverbio l'ho avuto anche con Buffoni, pensava che io non mi allenassi con impegno. Ma quell'episodio con Orazi lo ricordo bene».
A Lecco ha avuto Giuseppe Sannino.
«C'erano pochi soldi, feci un periodo di prova a poi firmai. Conquistammo la promozione in C1 alla fine. E il ricordo che ho del mister è quello di un personaggio genuino che sa farti rendere al massimo».
Il calciatore più forte con cui ha giocato?
«Bruno Giordano, ovviamente. Era ad Ascoli dopo che aveva fatto faville con Lazio e Napoli. Era il mio mito».
Mai profeta in patria.
«Ho giocato a Vasto in due occasioni. Due parentesi in serie D quando ormai il grosso della mia carriera l'avevo fatto fuori». Negli anni non si è mai arreso.
«Il calcio mi piace. Mi diverte. Perché rinunciarci?».
Ricorda gli inizi?
«Davanti alla chiesa di San Michele, a Vasto, sull'asfalto. Poi, a tredici anni, il grande salto, ad Ascoli. Feci la terza media e andai via. Ricordo che c'era uno stage al campo sportivo di San Salvo. E riuscii a partecipare attraverso Giuseppe Di Francesco (oggi allenatore del Cupello, ndr). Presero tre ragazzi: il sottoscritto, Luigi Dossi di Casalbordino e Nazario Fania di Foggia».
Lei ha il patentino da allenatore.
«Sì, ma con i tempi che corrono non fa per me. Questo è un altro calcio. Spero in Michele, mio nipote, anche lui gioca nelle giovanili dell’Ascoli. Spero faccia meglio dello zio».
@roccocoletti1
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