D’Amico, dalla curva nord alla scrivania del Verona

22 Maggio 2019

PESCARA. Era uno di quelli che andava in curva nord Tony D’Amico. Erano i tempi magici del Pescara di Galeone. Anni Ottanta-Novanta. Tempi in cui la città era con la testa nel pallone e ogni...

PESCARA. Era uno di quelli che andava in curva nord Tony D’Amico. Erano i tempi magici del Pescara di Galeone. Anni Ottanta-Novanta. Tempi in cui la città era con la testa nel pallone e ogni ragazzino appassionato di calcio aveva un solo sbocco la domenica: lo stadio per coltivare la fede biancazzurra. A maggior ragione lui, passionale e istintivo. E, invece, stasera sarà dall’altra parte della barricata, essendo diventato il direttore sportivo del Verona. Un brivido che ha già provato in campionato, sia al Bentegodi che a Pescara. Ma questa volta sarà diverso perché in palio c’è una fetta di promozione. E la ragione prevarrà sul cuore. In ballo c’è il lavoro di un anno. A Verona ha raccolto l’eredità di Filippo Fusco che l’ha indirizzato dietro la scrivania. E ha subito puntato su Fabio Grosso, l’ex compagno di squadra ai tempi del Chieti che è stato costretto a esonerare il primo maggio scorso. Una mossa indispensabile per dissolvere la cappa di pressione attorno alla squadra. Anche lui è nel mirino della tifoseria e solo i risultati - ovvero la serie A - possono spazzare critiche e contestazioni. Su YouTube spopola il video della conferenza stampa dell’11 febbraio scorso, dopo Verona-Crotone 1-1, in cui attacca tutto e tutti. Combattente in campo e dietro la scrivania il 38enne direttore sportivo cresciuto in via Pian delle Mele, a due passi da via del Circuito e dall’ospedale civile di Pescara. Calcisticamente parlando si fa le ossa nella Renato Curi. È una mezza punta all’epoca. Passa al Pescara con cui gioca il campionato Allievi e Primavera. Nel 1997 passa al Chieti, in C2. I tifosi teatini lo pizzicano per le origini pescaresi, ma lui risponde per le rime. Si fa volere bene dai compagni. A Chieti stringe ancora di più l’amicizia con Fabio Grosso, a Chieti conquista la promozione in C1 con Morganti nel 2001. Poi, decide di andare via. Il compianto Piero Aggradi lo manda a Cava de’ Tirreni dove trascorre cinque anni, l’ultimo con la fascia di capitano. Diventa un fedelissimo di Campilongo, un regista di centrocampo con i fiocchi in serie C, specializzato nel 4-3-3. Poi passa a Foggia dove lo vuole il tecnico Raffaele Novelli, in rossonero resta due anni e mezzo. Dopodiché Campilongo lo chiama a Empoli, in B. Il grande salto. Ma dura pochi mesi. E, infatti, torna indietro. Gela, ancora Cava e Lecco. Smette nel 2013 a 33 anni. Da lì la carriera prima di allenatore - a Lamezia Terme dove per qualche mese fa il secondo di Novelli - e poi da dirigente con Filippo Fusco, conosciuto ai tempi del Foggia, a Bologna per fare il capo degli osservatori. Poi va a Verona, sempre con Fusco. Che, complici i risultati negativi, è costretto a rassegnare le dimissioni all’inizio del 2018, passando il testimone proprio al pescarese che andava in curva nord.
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