D’Angelo l’antidivo: gavetta, niente social e sempre con la tuta

20 Giugno 2019

L’allenatore del Pisa racconta il trionfo nei play off di C «Giocare sempre per vincere senza mai speculare»

PESCARA. L’orgoglio di essere arrivato in serie B da solo. Vincendo sulla panchina del Pisa. Tutta sostanza, niente bollicine. Una cavalcata entusiasmante quella di Luca D’Angelo, 48 anni da compiere, e dei nerazzurri. Ventidue risultati utili di fila fino alla vittoria di Trieste, 1-3, nella gara di ritorno della finale play off. Un pescarese mai profeta in patria, né da calciatore nè da allenatore, che arriva in B nel solco di una generazione di tecnici abruzzesi mai così numerosi ad alti livelli.
D’Angelo, come ci si sente in serie B?
«Contento», la risposta nel corso della diretta Facebook disponibile sul sito www.ilcentro.it.
È un traguardo che le potrebbe cambiare la carriera?
«Beh, di certo è una bella spinta. La serie B è un palcoscenico prestigioso».
Come si vincono i play off?
«Giocando sempre per vincere, senza mai speculare. In sei gare quattro successi e due pareggi. Ogni partita come se fosse l’ultima».
4-3-1-2 o 3-5-2, giusto?
«I numeri sono importanti fino a un certo punto, conta che la squadra sia equilibrata. Nel girone di andata abbiamo giocato bene, ma senza raccogliere abbastanza. Abbiamo pagato l’inesperienza. Poi, a gennaio sono arrivati dei rinforzi che ci hanno permesso di compiere il salto di qualità».
Ambiente caldo Pisa.
«La città e la tifoseria sono da serie A. C’erano 5mila abbonati e 7.000 spettatori di media quando le cose andavano così e così. Per il resto sempre tutto esaurito. A Trieste c’erano 5.000 tifosi nerazzurri nonostante 700 km di distanza. Pisa è una piazza tornata nella sua dimensione».
La serie B è stimolante.
«È un banco di prova, ma alla fine si gioca sempre undici contro undici. La differenza la fanno i calciatori, la loro qualità».
Da allenatore com’è?
«Esigente sul piano tattico».
D’Angelo allenatore è un mix di...
«Giampaolo, Conte e Allegri. Poi, chiaramente, gente come Ivo Iaconi e Osvaldo Jaconi hanno inciso sulla mia formazione perché mi hanno allenato in particolari momenti della carriera. Ma Marco Giampaolo per me è un fenomeno, l’ho avuto per qualche mese a Giulianova quando faceva il secondo a Buffoni. Si vedeva che aveva un altro passo. Era il vice, ma faceva quasi tutto lui».
Lei ha avuto Federico, il fratello, come secondo ad Andria.
«Le parti si sono rovesciate. Da calciatore era Federico il fenomeno, da allenatore Marco».
A Pisa ha avuto Moscardelli, 39 anni, suo ex compagno di squadra a Rimini.
«Grande “Mosca”. È stato determinante in campo, con i gol, e fuori, con i comportamenti. Spero faccia un altro anno. Lui vorrebbe smettere, lo stiamo convincendo a continuare».
Lei non è social.
«Assolutamente no e vivo bene lo stesso».
E non è abituato a mettere giacca e cravatta.
«Sì, sto meglio in tuta o comunque senza giacca e cravatta. Questione di comodità. La divisa ce l’avevo anche quest’anno, ma è rimasta in armadio».
In serie B ci sono le dirette televisive su Dazn.
«Se non mi obbligano, andrò sempre in tuta. Ma non è certamente un problema».
Giocherà contro il Pescara.
«E sarà emozionante così come quando l’ho affrontato da calciatore. Ricordo che quel giorno vestivo la maglia del Castel di Sangro (in serie B nel 1996-97, ndr) e non riconobbi mio cugino che faceva il raccattapalle. Sono nato in via Aterno e lì ti insegnano sin da piccolo a tifare per i colori biancazzurri. Pescara è Pescara, amo tutto della mia città».
Il miglior pregio?
«Quello di essere inclusivo e accogliente. Nell’epoca in cui si alzano le barriere sono orgoglioso che la mia Pescara sia una città in cui c’è di tutto».
La vittoria a ogni costo oppure il risultato attraverso il gioco?
«Se una squadra di calcio è organizzata è più facile arrivare al successo».
Quindi, meglio Allegri o Sarri?
«Sarri è un fenomeno in campo, meglio ci sono solo Giampaolo e Guardiola. Ma io dico Allegri, perché adoro il distacco e la lucidità con cui affronta le difficoltà. E poi uno che vince cinque scudetti di fila non gioca bene? Oppure mi volete dire che non sia un capolavoro la gara di ritorno di Champions vinta contro l’Atletico Madrid?».
Il sogno della sua carriera?
«Non so se si avvererà, io sono tifoso dell’Inter...».
Adesso c’è Conte.
«È visto come uno juventino dai tifosi nerazzurri, ma, secondo me, è l’unico che può far vincere l’Inter».
Non esistono gli allenatori-bandiera?
«Ci sono dei professionisti che credono di poter fare bene in una squadra e in un determinato contesto. Gli occhi dei tifosi vedono altro, ma la realtà è questa».
Lei quindi mai alla Juve?
«Figurarsi se la Juve pensa a me. Di certo, dico mai al Cesena, visto che mi sento una bandiera calcistica del Rimini, dove ho giocato e allenato e dove mi sono legato in maniera viscerale alla tifoseria».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA