D’Arcangelo, il mago dei muscoli va in pensione

6 Settembre 2020

L’ormai ex massaggiatore: «Dalla stagione 1981-82 fino a Perugia, 1.200 gare con Chieti e Pescara»

PESCARA. I suoi massaggi mancheranno. Così come lo spirito positivo e il garbo che hanno caratterizzato il suo percorso professionale. In campo e negli spogliatoi. Claudio D’Arcangelo, 63 anni, originario di Casalincontrada, ha deciso di farsi da parte. Prima la pensione e poi il meritato riposo. A Perugia - il 14 agosto scorso - l’ultima partita di una carriera spesa tra Chieti e Pescara. I tifosi non lo vedranno più entrare in campo con la borsetta dei medicinali.
D’Arcangelo, ricorda la prima partita?
«Stagione 1981-82, allo stadio Angelini, serie C. Chieti-Montebelluna con Tom Rosati sulla panchina neroverde. Ero infemiere all’ospedale di Chieti. Mi chiamò Mino Ianieri per dargli una mano. Andammo avanti fino al 1985. Poi, per tre anni feci il corso di fisioterapista. E dal 1988 rientrai al Chieti dove rimasi per undici anni. Lascia con la gestione Buccilli-Pace. Nel 1999 passai al Pescara, alla Primavera con Di Mascio. Dopo un anno, con Delio Rossi in panchina, iniziai a frequentare la prima squadra».
Fino ai play out di Perugia.
«Se non ci fossimo salvati avrei proseguito. Non potevo abbandonare con una retrocessione».
Massaggiatore o fisioterapista, come bisogna chiamarla?
«Sono laureato fisioterapista, ma tutti mi conoscono come massaggiatore».
Il momento più bello?
«Tanti, ma due in particolare: il primo quando mi ha chiamato il Pescara, perché è stato il coronamento di un piccolo sogno della mia carriera. E poi la promozione con Zeman nel 2012, una stagione esaltante».
Quante partite?
«Circa 1.200, ognuna con un fascino particolare e irripetibile».
Il momento più brutto?
«Due. La morte di Morosini (il 14 aprile 2014, ndr) in mezzo al campo. Sono stato due minuti a fare il massaggio cardiaco, ma era morto. Non c’è giorno che non penso a lui. E poi la scomparsa di Franco Mancini, nel 2012: arrivai a casa sua che non c’era niente da fare».
Chi è il più affezionato al suo lettino?
«Ogni stagione ci sono almeno due-tre ragazzi che non possono fare a meno dei massaggi».
A chi è rimasto più legato?
«A tutti, indistintamente. Dai più famosi a quelli che non hanno lasciato il segno in mezzo al campo. Però, mi si stringe il cuore nel ripensare all’infortunio di Francesco Tomei (ex secondo di Di Francesco, ndr): si ruppe tibia e perone a Salerno, sul 5-0 per i granata. Doveva passare dal Chieti all’Ancona, in B. Una carriera spezzata. E poi resto molto legato alla vecchia guardia del Pescara. Ancora oggi porto nel cuore Vincenzo Zucchini».
Qualche recupero miracoloso grazie ai suoi massaggi?
«Con Federico Giampaolo. Era la vigilia della gara con l’Avellino, sembrava spacciato; poi, salì sul lettino, scese andò in campo e fece gol. Ma anche con Immobile, nella stagione 2011-2012, nel finale di campionato ci furono due-tre recuperi in extremis».
Il periodo più bello?
«Dal 2010 al 2012, quello della rinascita dopo il fallimento. Prima la promozione con Eusebio Di Francesco, poi la salvezza e successivamente l’exploit con Zeman. In precedenza avevamo passato le pene dell’inferno».
I tifosi?
«Nonostante abbia lavorato prima a Chieti e poi a Pescara nessuno mi ha fatto pesare la rivalità sportiva. Nè da una parte, nè dall’altra. Li ringrazio tutti».
I dirigenti?
«Con il presidente Sebastiani il rapporto è eccezionale. In precedenza, sono stato bene con Oliveri. Un grazie lo devo alle famiglie Mancaniello, Gaini e Gorgoretti con cui ho lavorato a Chieti. Per non parlare degli ottimi rapporti con i direttori Garzelli, Andrea Iaconi e Repetto».
Lascia in buone mani?
«Penso proprio di sì. Permettetemi di ringraziare il professor Vincenzo Salini, in particolare, e tutti gli operatori dello staff sanitario che mi hanno aiutato tanto nel corso degli anni. L’ultimo ringraziamento lo devo alla famiglia. A mia moglie Irene e ai figli Michela, Federico e Lorenza».
Scusi, ma non le manca già qualcosa?
«L’odore del campo e la vita dello spogliatoio».
Chissà, un domani...
«Intanto, mi godo questo momento con la famiglia. Poi, forse, si vedrà».
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