D’Aversa: la mia serie A è un sogno che si avvera

«Ma non mi sento arrivato, spero che il bello debba ancora arrivare»
PESCARA. Soddisfazione e orgoglio sono ancora stampati sul volto di Roberto D’Aversa, il tecnico pescarese del Parma che sta trascorrendo gli ultimi scampoli di relax in città in attesa di ripartire per la prima stagione in serie A. Due delle tre promozioni di seguito dei ducali sono state firmate dal 43enne (li compirà il prossimo 12 agosto) tecnico che ha chiuso la carriera da calciatore (nel 2013) e ha iniziato quella in panchina (nel 2014) a Lanciano. Il sorriso stampato sul suo volto, calcisticamente parlando, è giustificato da un dato oggettivo: nel dicembre del 2016, quando è arrivato a Parma, la squadra era ottava in Lega Pro, oggi è in serie A. Un’impresa ripagata dal rinnovo di contratto fino al 2020.
D’Aversa in A, una piccola rivincita?
«No, piuttosto è uno stimolo a fare meglio. Sono soddisfatto, ma non mi sento arrivato. Al contrario, chi vive nel calcio sa che non bisogna mai mollare di un centimetro. Spero che il bello debba ancora arrivare».
D’Aversa in serie A però è una gran soddisfazione.
«È un sogno che si realizza, quello di chi inizia a fare questo mestiere. Non pensavo di arrivarci in così breve tempo, anche perché un anno e mezzo fa ero in Lega Pro».
Quando ha capito di potercela fare?
«Dopo il mercato di gennaio, abbiamo spostato l’asticella verso l’alto. Volevamo il secondo posto, specialmente dopo le vittorie con Palermo e Frosinone. Avevo notato dei margini di miglioramento per il gruppo che poi si sono materializzati. Abbiamo fatto una bella rincorsa. Storica».
Il momento più duro?
«Beh, dopo la sconfitta di Cesena, a poche giornate dalla fine, c’era scoramento nello spogliatoio. Però, in quel momento è stata brava la società che ci ha rincuorato invitandoci a non mollare la presa».
Dopo la penultima giornata è arrivata la sua “gufata”, quando in diretta su Sky ha detto a Moreno Longo che «il secondo posto del Frosinone era sicuro».
«Stavo scherzando, ma, chiaramente, loro avevano il jolly in mano. Poi, è andata diversamente: meglio per noi».
Ha rischiato l’esonero.
«Dopo la sconfitta di Empoli ci poteva stare. Ma la fiducia della società è stata ben ripagata. Abbiamo conquistato due promozioni di fila, di più non potevamo fare. È altresì vero che la dirigenza, nei momenti difficili, è stata attenta a valutare il lavoro del campo in prospettiva».
Mediaticamente lei è poco appariscente.
«In effetti, non è che mi sappia vendere bene...».
E ora la serie A. Quale stadio la incuriosisce?
«L’Allianz Stadium di Torino. Però, San Siro ha il suo fascino e regala grandi emozioni. L’Olimpico è l’Olimpico. E il Ferraris di Genova è unico, ti dà la sensazione di uno stadio inglese. Lo conosco perché da calciatore ho giocato un derby di Genova».
Stringerà la mano a diversi colleghi illustri.
«Tra quelli ai nastri di partenza, Max Allegri è il numero uno. Poi, c’è Ancelotti: ricordo di averlo conosciuto quando ero alla Primavera del Milan».
Lei, Di Francesco e Giampaolo: tre allenatori abruzzesi in serie A.
«Strano, ma vero. Pescara e l’Abruzzo sono una terra che sta dando tanto al calcio, ha sfornato gente di spessore rispetto a territori con un bacino di popolazione superiore. Chissà, sarà il profumo degli arrosticini...».
Rispetto a quando ha iniziato ad allenare come è cambiato il suo modo di fare calcio?
«C’è stata un’evoluzione, ovviamente, dettata dai momenti e dalle caratteristiche dei giocatori a disposizione. A Lanciano, ad esempio, lavoravo molto sulle nozioni da dare ai ragazzi, oggi faccio un ragionamento più di squadra, sul piano mentale».
Come immagina il suo Parma in serie A?
«Ci sarà da soffrire e da lottare a denti stretti, come è accaduto alle matricole negli ultimi anni. Prima l’ambiente capirà questo nuovo status e più facilmente riusciremo a centrare l’obiettivo».
Quanto pesa la tradizione di un club come il Parma?
«Mette pressione, perché ci sono grandi aspettative. Mi auguro che la nostra gente capisca subito le difficoltà della serie A, che è diversa da quella di venti anni fa».
Sarà ancora 4-3-3?
«L’intenzione è quella, ma dipende dalla squadra che riusciremo ad allestire. Non è importante il sistema di gioco, ma la sua applicazione».
Il rosetano Dezi resterà a Parma?
«Credo di sì nella speranza che riesca a dimostrare il suo valore anche in A».
C’è un deferimento in ballo per gli sms di Calaiò indirizzati ai giocatori dello Spezia alla vigilia dell’ultima di campionato.
«Per queste cose è meglio che parlino i dirigenti».
Ha seguito il campionato del Pescara?
«Certo, i risultati non sono stati pari alle aspettative, ma credo che comunque il presidente Sebastiani meriti fiducia per quello che ha fatto in questi anni».
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