Da maestri a rivali

21 Marzo 2015

Le prime sfide fra under 15, in tribuna 40mila persone

ROMA. I “nemici” di oggi, i gallesi, sono stati nostri mentori e maestri 40 anni fa quando il rugby italiano decise di cambiare passo, calarsi nelle scuole e formare una nuova classe di dirigenti, allenatori, giocatori. Anni prima ci avevano provato chiamandolo rugby educativo, poi si decise di passare al Minirugby. E fu un successo.

«Nelle scuole non si faceva sport, la verità è questa – dice oggi Franco Ascantini, professore di Educazione fisica, prima, e poi tutto quello che si può essere nel rugby, da giocatore ad allenatore, a dirigente – e meno che mai si giocava a rugby. Comprendemmo subito che serviva un metodo di formazione per gli istruttori. E lì guardammo ai paesi anglosassoni, al Galles in particolare».

Ascantini con il Galles ha un rapporto speciale; sua madre, Fausta, ci era nata perché là era emigrato il nonno di Franco nei primi anni del secolo scorso. «Buffo, settanta anni dopo, nel 1974, decidiamo che al Galles dobbiamo guardare se vogliamo formare una nuova mentalità rugbystica». Il presidente della Federugby in quel momento è Mario Martone. «Decise che dovevamo creare una struttura dedicata al rugby dei più piccoli e nacque il Comitato nazionale minirugby. Il presidente era Piero Jaci, messinese, poi c’eravamo io, Bruno Morando, Pasquale La Cava, Giuseppe Cacciapuoti, Giorgio Lo Giudice», ricorda Ascantini.

La struttura c’è, ma continua a non esserci un vero metodo di lavoro. E quello ce l’hanno i gallesi, è basato su quadrati di dieci metri per dieci metri nei quali i giocatori devono imparare a passarsi la palla, a battere il diretto avversario, a placcare. I quadrati si chiamano “griglie” e da lì passerà tutto il rugby italiano per quasi dieci anni. I primi corsi si tengono a Frattocchie, paesino vicino a Roma famoso perché ospita la scuola di partito del Pci. A sera si mostrano filmati (pellicola, proiettore) dove si vedono i mostri sacri del Galles di allora, Garreth Edwars, Jpr Williams, Phil Bennet, correre avanti e indietro nelle griglie a una velocità pazzesca. Il metodo viene esteso a tutte le società dalla A alla C e si sceglie anche un ct gallese, Roy Bish. È il 1975 e grazie a questo per la prima volta una nazionale ufficiale italiana affronta una nazionale gallese, la categoria è quella dell’Under 15, si gioca a Llanelli, 10mila spettatori («Uno shock», dice Stefano Esposito che era in campo), gli azzurrini perdono, ma il tabù è infranto. Tanto che nel 1977, al Flaminio si replica e alla fine del primo tempo l’Italia è in vantaggio (10-8) ma viene poi travolta nella ripresa. «Roy Bish venne a caricarci negli spogliatoi», ricorda Luigi Baldi, classe 1962, pilone destro. Il pilone sinistro era Carlo Pratichetti, classe 1963, che l’anno dopo giocò all’Arms Park di Cardiff nel terzo incontro fra le nazionali di Galles e Italia. «40mila persone sulle tribune». L’Italia fu sconfitta ancora e l’unica meta azzurra la segnò proprio Pratichetti.

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