Dal calcio all’abito talare: l’ex Lanciano Pazzi studia da prete

4 Ottobre 2019

LANCIANO. Una storia che ai tifosi meno giovani fa tornare in mente quella di Stefano Diodati, centravanti della Pro Lanciano anni ’70 che, svestita la maglia da gioco, ha indossato l’abito talare....

LANCIANO. Una storia che ai tifosi meno giovani fa tornare in mente quella di Stefano Diodati, centravanti della Pro Lanciano anni ’70 che, svestita la maglia da gioco, ha indossato l’abito talare. Altri tempi, altro protagonista e altro ruolo: l’ex rossonero che oggi sta per diventare prete è Gionatha Pazzi, roccioso difensore centrale del Lanciano di Fabrizio Castori nei primi anni 2000. Proprio in questi giorni, nell’ambito del suo percorso da seminarista, Pazzi è stato assegnato in qualità di tirocinante alla parrocchia di San Serafino, a Montegranaro, dall’arcivescovo di Fermo Rocco Pennacchio. I tifosi frentani lo ricordano per quella cinquantina di presenze in un paio di stagioni, nel Lanciano che in C1 strizzava l’occhio ai play off: prima raggiunti da neopromossa, poi mancati l’anno successivo nonostante le ambizioni dichiarate alla vigilia.
Pazzi, nato a Porto San Giorgio nel 1976, era arrivato dalla Fermana, sempre in C1. A Lanciano divideva un appartamento in centro con Ernestino Cichella, Cristian Ranalli e Manuel Turchi. Erano gli anni in cui, come ha raccontato lui stesso sul sito del seminario arcivescovile di Fermo, «come tutti i ragazzi di vent’anni amavo divertirmi e sognavo un futuro all’insegna del “peace and love”, del “vivi e lascia vivere”». Dopo quel biennio in rossonero gioca fino al 2011. In Abruzzo milita anche nella Val di Sangro nella C2 2007-2008 e col Morro d’Oro in D nella stagione successivo.
L’anno cruciale è però il 2007, quando sta per vincere il campionato di C2 col Foligno: a maggio uno zio gli presenta una coppia che doveva accompagnare dei pellegrini a Medjugorje. Lo invitano a seguirlo, ma lui è scettico: «Al loro invito subito risposi no», ha ricordato l’ex calciatore, «poi mi venne in mente che col Foligno stavamo per vincere il campionato, e la mia risposta fu affermativa. Partii malvolentieri, faceva caldissimo, con un gruppo di perfetti sconosciuti che a prima vista sembravano degli esaltati, estenuanti preghiere, viaggio interminabile. Tornai dopo sei giorni innamorato di Dio, l’avevo “incontrato”, certo dell’amore che provava per me».
Inizia così quello che lui stesso ha definito «un cammino per conoscere più da vicino questo nostro creatore che da troppo tempo avevo dimenticato, e che troppo spesso avevo irriso e offeso. Frequentando le chiese di Fermo ho conosciuto diversi sacerdoti, alcuni mi hanno più volte invitato a considerare seriamente l’idea di un cammino più radicale di servizio alla Chiesa e ai fratelli. Mi sentivo profondamente inadeguato, ma il Signore è stato paziente con me». (a.r.)
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