Dessena, l’antidivo salvezza «Pescara, io non retrocedo»

La mezzala che non ama social e riflettori: la B è un patrimonio, difendiamola
PESCARA. Daniele Dessena è un concentrato di resilienza. Due brutti infortuni lo hanno portato a un passo dall’addio al calcio. Due interventi alla tibia, la riabilitazione e, poi, di nuovo in campo. Tanta serie A alle spalle, ma, adesso, non si lotta per l’Europa, come gli accadeva ai tempi della Samp, bensì per la salvezza in serie B dei biancazzurri. Il quasi 34enne, centrocampista del Pescara, è un giocatore della vecchia guardia. Niente social e Playstation. È uno della “old school” del pallone. Ai post su Facebook preferisce dedicarsi allo studio del calcio, ai like e alle stories di Instagram non ha mai pensato, perchè il suo tempo libero è tutto per la famiglia e per il suo piccolo Tommaso. Antidivo, non ama i riflettori, al momento il suo unico obiettivo è la salvezza del Delfino. Arrivato dal Brescia alla fine del mercato invernale, Dessena forse è l’unico dei volti nuovi che in campo ha mostrato un rendimento costante e al di sopra di ogni pronostico. Corre tanto, si sacrifica, morde le caviglie degli avversari e non perde il vizio del gol, visto che ne ha già segnati due.
Temperamento, corsa, senso tattico e tanto mestiere. Al Pescara servirebbero 11 Dessena, non crede?
«Non è vero, non servono 11 Dessena (sorride, ndr). Bisogna dare il massimo sempre e si può uscire da questa situazione. La squadra sta lavorando bene e crede nella salvezza. Dobbiamo superare uniti questo momento difficile. Bisogna lottare col sangue agli occhi, abbiamo le potenzialità per poterci salvare. La mia esperienza è a disposizione del Pescara. E’ importante far crescere e trascinare i giovani».
I giochi per la salvezza sono ancora aperti o sarà dura centrare i play out?
«Centrarli è il nostro obiettivo. Sarà dura, ma sono positivo. Questa squadra lavora bene, ha identità e gioco. Adesso è arrivato il momento di fare punti. Credo nella salvezza».
Dall’alto della sua esperienza, come si spiega il penultimo posto del Pescara? Che problema ha questa squadra?
«Quando le stagioni partono male, poi bisogna essere forti a livello psicologico nel ribaltare una situazione negativa. Io non riesco a spiegarmi il penultimo posto, ma ci siamo. Servono grinta e determinazione per tirarci fuori da questa situazione. La B è fondamentale per il Pescara. Ci aspettano 8 finali».
Nel mondo del calcio alcuni suoi ex compagni di squadra la descrivono come «una mosca bianca», «uomo vero, leale e con sani principi». Poco amante dei social e della Playstation. E’ così? Chi è Dessena dentro e fuori dal campo?
«Fa sempre piacere quando le persone parlano bene di me. Io sono fatto così, schietto e diretto. Vivo di calcio al cento per cento per il Pescara. Cerco di aiutare tutti. Non amo la Playstation e ci gioco solo se me lo chiede mio figlio. Non sono sui social. Sono cresciuto così, quando ho iniziato a giocare a calcio io a 16 anni negli spogliatoi i cellulari erano vietati e non c’erano i social. Mentre adesso si esagera con gli smartphone. Sono contento di essere così e di essere cresciuto così. Telefono, social sono tempo perso. Preferisco pensare al calcio e alla mia famiglia. Queste sono le mie priorità».
A Pescara è arrivato con il contratto in scadenza e col rinnovo solo in caso di salvezza. Perché questa scommessa?
«Sono arrivato in scadenza e solo in caso di salvezza avrò il rinnovo. Ho fatto questa scelta perché le cose bisogna meritarsele. Sono arrivato ad una certa età dove devo mettermi in discussione centrando gli obiettivi. Ho scelto Pescara perché secondo me questa piazza non merita il penultimo posto. Siamo chiamati all’impresa, ma è possibile. C’è un grande gruppo».
Ha da poco concluso il corso per allenatori Uefa C. In futuro si vede in panchina?
«Non so se un giorno allenerò. Ho il patentino, ma non ho ancora deciso cosa fare. Da quando ho 4 anni che vivo di calcio ed è la cosa che mi riesce meglio. Quindi, è un percorso che sto facendo perché mi entusiasma, ma non ho intenzione di smettere. Ho ancora voglia e fame di dimostrare».
Allenatori modello?
«Allegri e Ranieri. Li ho avuti entrambi e hanno non una ma cinque marce in più. Sono allenatori straordinari».
Nel 2014 ha aderito ad una campagna contro l’omofobia, mettendo alle scarpette, durante una partita contro l’Inter, i lacci arcobaleno. Ha ricevuto attestati di stima, ma anche insulti da alcuni “presunti” tifosi. A distanza di anni farebbe di nuovo la stessa cosa?
«Ho aderito a quella campagna e non mi aspettavo tanto clamore dopo una mia intervista nella quale parlavo dei lacci arcobaleno contro l’omofobia. Sinceramente pensavo che l’Italia fosse già avanti sotto questo aspetto, ma mi sono accorto che purtroppo siamo ancora indietro. Dopo la partita, in sala stampa, parlo dei lacci e dico spontaneamente che chi giudica la sessualità altrui è gente ignorante e che le persone non vanno giudicate per il loro orientamento sessuale. Rifarei assolutamente la stessa identica scelta».
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