Di Francesco e la Sardegna «Ecco la mia nuova vita»

Il tecnico: «Sono carico, ho smaltito le scorie del secondo anno a Roma»
PESCARA. È l’allenatore abruzzese che è arrivato più in alto: prima l’Europa League in panchina con il Sassuolo, poi la semifinale di Champions con la Roma. Oggi, a 50 anni, Eusebio Di Francesco riparte da Cagliari nella speranza di costruire una squadra e un percorso che lo possa rilanciare dopo la parentesi negativa alla guida della Sampdoria. Al raduno, nel pomeriggio, si presenta carico e sorridente. Prima di lasciare Pescara, però, racconta al Centro il suo stato d’animo e le sue speranze dopo quasi un anno di inattività. Anche l’esperienza da tifoso vissuta davanti al tablet per seguire lo spareggio salvezza dei biancazzurri.
Di Francesco, era anche lei venerdì sera davanti allo schermo a vedere il Pescara?
«Ero in viaggio, di ritorno da una vacanza in Puglia con la famiglia. In pratica, ho sentito la radiocronaca mentre ero al volante. E poi, dopo i supplementari, non ce l’ho fatta. Mi sono fermato a Vasto per vedere i rigori. Al penalty sbagliato da Galano c’era chi era disperato attorno a me. Ma avevo sensazioni positive: chi sbaglia per primo, poi vince. E così è stato».
Che rapporto ha con il Covid-19?
«Di rispetto. A maggior ragione nei confronti di chi ha sofferto più di me o più di noi. Mi riferisco al nord Italia dove il virus ha mietuto più vittime. In generale, sono abbastanza preoccupato per il futuro».
Il Cagliari e Di Francesco sembrano fatti l’uno per l’altro.
«Abbiamo la stessa voglia di ripartire e di costruire. Ce l’ho io dopo l’esperienza alla Sampdoria. Ho avuto troppa fretta di ricominciare un anno fa. Colpa mia, non mi ero ancora ripulito delle scorie del secondo anno di Roma. Dovevo essere più riflessivo e attendere. Magari capire che non eravamo fatti l’uno per l’altro. Adesso, invece, la sensazione è proprio questa: una società e un tecnico che ripartono fianco a fianco».
Il secondo anno di Roma, gira e rigira il discorso torna sulla Capitale.
«Un peccato, perché il secondo anno si potevano fare scelte migliori. A tutti i livelli. E comunque Roma è Roma: ti dà tanto e ti toglie altrettanto».
A Cagliari è stato presentato come allenatore-manager, che cosa significa?
«Tutto ciò che facciamo e che faremo lo condividiamo. Noi, ovvero io e la dirigenza. Scelte condivise. In passato, ho pagato a caro prezzo il fidarmi in certe situazioni. E aggiungo: l’unica garanzia in questi casi è la parola tra le persone».
La partenza com’è stata?
«Ottima, lavoriamo bene».
Ritroverà un calcio diverso, condizionato dal Covid.
«È un calcio senza pubblico, questo significa che ci sono riflessi anche sul piano tecnico. La gente sugli spalti incita e spinge i giocatori, ha un’influenza particolare».
Anche nelle coppe europee.
«Le gare secche spostano gli equilibri. Un conto è un confronto in gare di andata e ritorno, altro è la partita secca in cui è più facile che esca la sorpresa. In due incontri le differenze si notano maggiormente».
Ci sono, poi, le cinque sostituzioni.
«Influiscono, eccome se influiscono! Sono una novità assoluta, tendono a modificare gli equilibri. Non ci sono più 15 titolari, anche se poi per me sono tutti titolari. Ma aumentano a 18-20. C’è un maggiore coinvolgimento della rosa. L’aspetto positivo è che rende tutti partecipi alla partita. E poi con cinque sostituzioni puoi davvero cambiare il corso della gara; così come può farlo l’avversario. Diciamo che il calcio si avvicina sempre di più al basket. Per me è una novità assoluta alla quale mi devo preparare e adeguare».
Si aspettava l’esonero di Sarri alla Juventus?
«Un po’ sì, anche se per me stiamo parlando di un ottimo allenatore. Un po’ sì, perché evidentemente non è scattato il feeling con la squadra. Lo dico con cognizione di causa, perché ci sono passato anch’io. Alla Sampdoria, ad esempio, non c’è stata empatia tra me e la squadra. Per colpa mia, per carità, proprio perché mi trascinavo scorie di altre esperienze. Non ero me stesso, a mio avviso».
Che campionato sarà?
«Il Covid ha spostato gli equilibri. In maniera del tutto inattesa. Prendete la Lazio: due squadre diverse, prima e dopo il lockdown. Chi l’avrebbe mai detto? E poi la Champions, sono in semifinale due squadre francesi a cui non davamo credito proprio perché non giocavano da mesi. E le altre due semifinaliste sono tedesche, che hanno avuto tempo per prepararsi alla final eight».
Chi vincerà la Champions?
«Per quello che ho visto dico Bayern Monaco, ma occhio al Paris Saint Germain. I francesi avevano le valigie pronte per ripartire al 90’. Poi, contro l’Atalanta, abbiamo visto come è andata. Hanno Neymar e Mbappè in grado di fare la differenza. Tanta roba».
Tornando alla serie A, la dittatura della Juventus è logora?
«Ricomincerà per tentare di vincere lo scudetto, è poco ma sicuro, ma ormai sembra avere in testa la Champions come priorità. Farà di tutto per centrare l’obiettivo perché alle spalle ha una società solida, da tanti anni la stessa proprietà. La Juve è un brand, è un modo di essere. Quando entri lì vieni inquadrato. La Juve è riconoscibile perché ha delle regole e le tramanda di stagione in stagione, indipendentemente dai protagonisti. Secondo me, è ancora un passo avanti. Ma la verità è che alle spalle ci sono club che danno la sensazione di poter crescere e ridurre il gap. Ad esempio, l’Inter che ha potenzialità economiche che sta mettendo in campo abbinate alla presenza di un allenatore come Conte».
Il suo Cagliari?
«Vogliamo fare bene, cercando di proporre un calcio propositivo. Cercare di fare la partita laddove ci sarà possibile; e saper soffrire dove, invece, saremo costretti a difenderci per la forza dell’avversario».
4-3-3 di riferimento?
«Certo, ma la parola d’ordine dovrà essere equilibrio. Cercare di fare la partita non significa non curare la fase difensiva. Dovremo saper fare tutto, possibilmente bene».
Nel suo staff c’è anche lo psicologo, come mai?
«Non è una novità in assoluto: non lo è per il calcio e non lo è per il Cagliari che annovera la presenza di questa figura già nel settore giovanile. Il fine resta quello di ottimizzare le risorse umane e tecniche a disposizione».
Che cosa significa?
«Quella dello psicologo è una figura di supporto all’allenatore e al suo staff. Deve aiutare a migliorare negli atteggiamenti. Ed è a disposizione per quei giocatori che avranno voglia o bisogno di colloqui individuali, non collettivi. Lo psicologo è funzionale alla leadership dell’allenatore».
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