Di Liberatore: io in Russia tra riti, sacrifici e passione

31 Maggio 2018

«Iniziai con Italia 90, la musica valore aggiunto per il mio cammino» 

PESCARA. Non ci sarà l’Italia ai Mondiali, ma l’Abruzzo farà il tifo per Elenito Di Liberatore, il 45enne assistente arbitrale originario di Notaresco fiore all’occhiello della sezione Aia di Teramo. Farà parte della terna - insieme a Mauro Tonolini - guidata da Gianluca Rocchi di Firenze. Di Liberatore è il miglior assistente in Italia e uno dei migliori in assoluto in Europa, pressoché infallibile bandierina alla mano. Negli ultimi anni i grossi casi controversi non lo hanno mai visto protagonista. Sempre lontano dalle polemiche e dagli errori. E’ una garanzia per i designatori. Mai il movimento arbitrale abruzzese era arrivato così in alto con un suo rappresentante all’apice di una carriera che gli ha visto fare le manifestazioni più importanti.
Di Liberatore, è pronto per i Mondiali?
«Sì, è un obiettivo arrivato in maniera inaspettata al termine di un percorso lungo e inatteso. Ho lavorato sempre per ottimizzare i dettagli. Il lavoro svolto è mentale oltre che fisico. La testa è il motore che accende il corpo. A qualsiasi livello è fondamentale per trovare il giusto equilibrio. In ogni campo, serve lavorare sui propri limiti per migliorarsi».
I Mondiali dopo le Olimpiadi e gli Europei del 2016 e la Confederations Cup dell’anno scorso.
«La designazione per Russia 2018 è giunta all’apice della carriera. La vita mi ha posto di fronte a delle salite e quindi, si apprezzano ancora di più certi traguardi».
Come si è guadagnato questa designazione?
«Io faccio sempre un passo alla volta. Il Mondiale è arrivato superando tante difficoltà e garantendo sempre il massimo impegno».
Il Var che cosa ha cambiato nel lavoro di un assistente arbitrale?
«L’atteggiamento resta lo stesso in campo per ottimizzare la prestazione».
Come nasce Di Liberatore ai Mondiali?
«Ho iniziato ad arbitrare nel 1990. Erano i tempi di Italia 90, ma quando ho cominciato non pensavo mai di arrivare così in alto. E con il passare del tempo ho guardato il calcio con un occhio diverso da quelli di uno spettatore che ama il calcio. All’epoca ero un ragazzo appassionato, non un tifoso. Poi, un po’ alla volta la visione è stata modificata».
Non è quello che si dice un sognatore.
«Sognare si può e si deve, ma non bisogna perdere di vista la realtà delle cose. Non ho mai avuto l’ossessione di dover arrivare, ma di fare bene quello che mi viene chiesto. E certi traguardi vengono costruiti attraverso il lavoro quotidiano».
Che cosa si sente di dire a un ragazzo che entra per la prima volta in una sezione Aia?
«L’arbitraggio non è solo quello che viene vissuto in mezzo al campo, ma ha un’implicazione a 360°. Parte dall’uomo e coinvolge la famiglia. L’arbitraggio è l’espressione di una dimensione quotidiana che ti impone una crescita costante».
L’affiatamento con l’arbitro Rocchi e l’altro assistente Tonolini?
«Va oltre il campo. Tra me, Gianluca e Mauro c’è un collante che si chiama amicizia. Ci sono stima e fiducia reciproche. Con Gianluca ho condiviso la maggior parte della mia carriera, solo in occasione dell’Europeo di Francia ci siamo “divisi”. Non siamo tre attori in platea, ma un’unica squadra».
A proposito dell’Europeo di Francia , com’è avere Rizzoli prima come collega in campo e adesso come designatore?
«Penso che condividere esperienze del genere con un arbitro come Rizzoli sia stato determinante per la mia crescita, tecnica ed umana. Nicola oltre ad essere uno degli arbitri più forti che il nostro calcio abbia espresso è un persona di una intelligenza e una sensibilità straordinarie. Infatti quest’anno ci ha messo nelle migliori condizioni, insieme ai suoi vice Stefani (con lui nella finale mondiale, ndr) e Gava, per poter arrivare al mondiale al top della forma».
Qual è il rapporto con i calciatori?
«Di tipo professionale. Loro conoscono le difficoltà del nostro mestiere, sanno della nostra dimensione. E viceversa».
C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare nella sua carriera?
«Il mio è un percorso partito 29 anni fa. Momenti difficili ce ne sono stati, ma non mi è mai passata per la testa l’idea di mollare. Anche perché è nei momenti duri che si costruisce un percorso, si vede chi ha determinate qualità e chi no».
Scaramantico?
«No, ma cerco di fare sempre le stesse cose. Sono metodico, dalla preparazione atletica all’alimentazione, passando per l’allestimento del borsone. Che per me è un rito romantico, oltre che tecnico-professionale. Dentro il trolley ci sono tante cose della mia vita».
Finita la partita che cosa accade?
«Mentalmente un ripasso degli episodi più importanti della gara c’è sempre. E’ inevitabile. Però, il lavoro vero e proprio di rivisitazione di quello che è stato avviene in settimana quando si analizza la partita per verificare come è andata».
Di Liberatore ai Mondiali vale una dedica?
«Alle persone a me più care. In particolare a mio figlio Matteo (9 anni), perché il mio Mondiale l’ho vinto il giorno in cui è nato. Idealizzando un traguardo spesso sfuggono determinate sfumature, però durante il percorso ti rendi conto quali sono realmente le cose importanti della vita, fondamentale è mettere a frutto le esperienze che vengono vissute. Inevitabilmente , un pensiero va ai miei genitori, mio padre che da lassù spesso ha “preso in mano” la mia bandierina e mia madre che ha cresciuto con dignità e tanti sacrifici cinque figli. Siamo una squadra di calcetto…».
Lei è insegnante di musica, il suo lavoro l’ha aiutata anche in campo?
«Diciamo che mi allenavo a fare l’assistente già da quando studiavo musica, perché alla base di entrambi i contesti la concentrazione deve essere assoluta».
Per concludere, che cosa pensa di portare con sé in questa avventura mondiale ?
«Non saprei rispondere, ma sicuramente le posso dire che porterò l’affetto di tante persone e di tanti ragazzi che sognano ad occhi aperti».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA