Di Masso: io, la Rodrigo e i miei talenti

Prima giocatore e poi allenatore: «Che brividi nel ripensare al pubblico del Colle dell’Ara. Mancinelli stupì anche me»
CHIETI. Un quarto di secolo sul parquet, rigorosamente in casacca biancorossa, un altro vissuto, sempre intensamente, a forgiare talenti o, comunque, ad avvicinare tantissimi ragazzi al mondo della palla a spicchi.
Cesidio Di Masso è tutto qui, tra gli uomini simbolo della pallacanestro regionale, a Chieti per anni punto di riferimento di un intero movimento. Palla a due. Si può cominciare. «Giocavo a tennis, anche con buoni risultati, ma poi il basket mi conquistò e, dopo la Mobilplastica di Orazio Di Gregorio e Adriano Palumbo, passai al settore giovanile della Birra Moretti dove incontrai Nino Marzoli. Il tempo di prendere, a quindici anni (ovvero nel 1972, ndc), una veloce quanto solenne ramanzina da Todor Lazic, mitico e burbero allenatore della prima squadra, e la solita trafila che mi portò ad essere presto inserito in organico da coach Claudio Vandoni. In precampionato mi trovai subito di fronte un certo Pierluigi Marzorati e capii che si cominciava a fare sul serio».
Anni d’oro della pallacanestro teatina. Un’amara retrocessione dalla A2, nel 1975, dopo uno spareggio a Roma con la Partenope riscattata qualche anno più tardi (nel 1978), sullo stesso parquet, contro il Livorno. «Ricordo che giocammo molto bene sia io che Stefano Pizzirani, i due play della squadra, presi poco in considerazione da tanti durante la stagione. Di fronte c’era una squadra molto forte con i vari Lestini, Diana e Grasselli, ma quella sera, con Marzoli in panchina, non ce ne fu per nessuno».
Di nuovo in serie A2, sempre strapieno il palazzetto di Colle dell’Ara ed una passione che continuava a contagiare l’intera città dietro i funambolismi del tandem composto da Bill Collins ed Essie Hollis, nel 1980. «Quando arrivavamo al palazzetto per la partita le gradinate erano già piene. Un grande senso di appartenza, a differenza magari di oggi, anche perché tutti i giocatori abitavano in centro storico».
La partita più bella? «Per quanto mi riguarda, forse una contro il Trieste guidato da Mario De Sisti, ma la vera impresa, per tutti noi, fu la vittoria ottenuta a Venezia con la storica e quotatissima Reyer. Giocammo davvero una gara perfetta».
Grande capacità di dettare ai compagni i giusti ritmi, efficace nell’uno contro uno, un tiro dalla distanza da non trascurare ma, soprattutto, tanti assist con strepitosi alley-oop a beneficio dello stesso Hollis.
E per Di Masso non mancò l’interessamento di club blasonati. «Arrivarono proposte da Fabriano dove c’era Alberto Bucci e dal Brescia di Riccardo Sales, ma rimasi qui senza molti rimpianti e, quando ho smesso di giocare, mi sono subito dedicato al ruolo di istruttore fondando la Pallacanestro Chieti e dando il via ad un movimento giovanile che nel tempo ha dato diverse soddisfazioni».
La preziosa collaborazione del compianto Alessandro Giuliani e centinaia di ragazzi sotto canestro tra cui, per fare qualche nome, Stefano Mancinelli, Giampaolo Ricci, Fabrizio Gialloreto, Rino De Laurentiis ed Ennio Leonzio. Il volto di Cesidio Di Masso si illumina. «Accompagnai Mancinelli a Bologna per il provino con la Fortitudo. Sbalordì tutti e sbalordì anche me quando, un mese dopo, appena sedicenne, fu protagonista in un derby under 18 contro la Virtus al campo di via San Felice davanti a oltre mille spettatori. Un grande talento».
Momento delicato per il basket cittadino dopo diversi anni a ottimi livelli. «E’ sempre difficile ripartire ma in città resta una grande passione sulla quale poter investire. Non so. Intanto è l’intero mondo dello sport ad essere cambiato. Troppi interessi e, a mio parere, le formule astruse dei vari campionati non aiutano di certo».
Si torna in palestra. Qualcuno di quei ragazzini giocherà magari a certi livelli, ma tutti avranno in ogni caso avuto la possibilità di vivere una esperienza sportiva nella dimensione più opportuna.
Giuseppe Rendine
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