Di Paolantonio: «A Roseto tre anni indimenticabili»

21 Novembre 2018

Domenica l’allenatore dell’Imola sfiderà la sua ex squadra «Vincerà chi riuscirà a imporre il proprio stile di gioco»

ROSETO . Domenica il Roseto Sharks giocherà a Imola, e ad attenderlo ci sarà Emanuele Di Paolantonio, lanciato dagli Squali nella sua carriera da capo allenatore.
Di Paolantonio, una gara dal sapore particolare?
«Si, ma le emozioni più forti le vivrò il 10 marzo, quando verremo noi al PalaMaggetti».
E pensare che appena arrivato la guardavano con sospetto, un teramano che si sedeva sulla quella panchina.
«Non smetterò mai di ringraziare Cimorosi, Cianchetti e Di Sante che mi hanno scelto. All’inizio i tifosi mi vedevano quasi come un nemico, ma c’è voluto poco tempo per entrare in sintonia con una città che mastica basket e con cui è stato facile parlare la stessa lingua».
Il primo anno dietro a Trullo è stato buono.
«Il ricordo più bello è la telefonata fatta con Tony a Weaver per convincerlo: lui era a Miami e io gli ho detto che Roseto era una piccola Miami!».
Il secondo anno la svolta.
«Il club mi promuove capo allenatore e facciamo una grande annata. Vinciamo all’esordio a Verona, ai playoff a Legnano, e nel 2° turno a Bologna contro la Virtus. Ma i ricordi più belli sono l’ingresso al palasport di Jesi dove arriviamo a mezz’ora dalla palla a due e troviamo 500 rosetani ad applaudirci, e poi l’abbraccio con la Curva Nord nella festa dell’Arena 4 Palme».
Terzo anno, invece, durissimo, con una salvezza conquistata all’ultimo secondo.
«È stata brava la società ad inserire Carlino e poi a non toccare più nulla: abbiamo creduto nel nostro lavoro e ne siamo usciti vincenti nel match decisivo a Napoli».
Poi la separazione.
«Se stai seduto sulla panchina degli Sharks, il tempo scorre veloce: sono stati tre anni intensi, con uno staff di rosetani e teramani: bellissimo».
Lei ha firmato subito ad Imola.
«È stato gratificante poter scegliere la destinazione dopo una stagione difficile, significa che altri club riconoscevano la qualità del nostro lavoro. E poi qui ho ritrovato un altro rosetano, il team manager Alex Petrilli, che mi è di grande aiuto».
Terza stagione da head coach. Ma si torna indietro fino al 2002 a rileggere i suoi assistentati, dietro a guru come Recalcati o Pancotto.
«Ho fatto tanta gavetta ma ha pagato, perché da ciascuno ho potuto prendere qualcosa aggiungendoci le mie idee».
Una strada difficile, che non dava garanzie di riuscita.
«Conosco i sacrifici che hanno fatto con me le persone che mi stanno vicino. Anche oggi vivo lontano da mio figlio, che è piccolo e al quale è difficile spiegare perché la sera non sono con lui a rimboccargli le coperte».
Il giocatore più forte che abbia allenato?
«JC Carrol (ora al Real Madrid, ndc), un attaccante incredibile».
Come ha scelto un top scorer come Adam Smith?
«Dopo mezz’ora di video avevo già chiamato l’agente, segnava ovunque. Era lo stesso anno dell’arrivo di Sherrod, che ha dimostrato che l’altezza non conta quando sei bravo».
Un rimpianto?
«Non esser riuscito a fare il capo allenatore nella mia città, a Teramo».
Ha iniziato con coach Gramenzi vincendo l’A2, ed oggi voi due siete le punte degli allenatori abruzzesi. Ci dà un giudizio sul nostro basket?
«Non so se riavremo mai due squadre in serie A, ma ci sono passione e competenza per restare su ottimi livelli. Penso ai tanti bravi allenatori che ci sono e poi alla scuola dei preparatori con Danesi, Mazzaufo e Faragalli. Il nostro movimento è vivo, ha qualità e idee, ma forse pochi soldi. Per me è comunque bello la domenica sera leggere i risultati delle tante abruzzesi di B».
L’anima romana degli Sharks le piace?
«Progetto valido, sono una squadra intrigante, un bel mix di giovani e veterani; però i rosetani sentono la mancanza del vivere la squadra nel quotidiano».
Domenica si avvicina.
«E mi dispiace non poter fare quella telefonata che ci eravamo promessi con Fossataro».
Come finirà il match?
«Roseto ha grande atletismo ed energia, ama giocare in campo aperto e in difesa va anche a tutto campo. È completamente diverso dalla mia squadra. Vincerà chi saprà imporre il proprio stile di gioco».
Marco Rapone
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